Linguistica

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John Langshaw Austin, filosofo del linguaggio (1911 - 1960).
Scienza del linguaggio e delle lingue (l. generale, l. italiana, francese, ecc.).
La conoscenza di una lingua può essere di due tipi differenti: l’uno non riflesso (la competenza linguistica), ciò che consente a chi parla/scrive di parlare/scrivere in una determinata lingua; l’altro riflesso, che mette, cioè, a tema ed esplicita gli elementi e le modalità d’uso del codice linguistico: questa conoscenza è l’obiettivo della scienza linguistica.
La riflessione su natura, struttura e origine del linguaggio e delle lingue è sicuramente antichissima e si è espressa sia nella tradizione teologica e filosofica sia in quella grammaticale, retorica e filologica; ma solo all’inizio del sec. XX la l. si è attestata come scienza autonoma, con un’approfondita riflessione di tipo epistemologico. Non si tratta affatto di relegare con supponenza le ricerche precedenti sulla lingua – ricchissime, e ancor oggi assai feconde – a un ambito pre-critico, quasi si fosse trattato d’ingenui baloccamenti, o tutt’al più di geniali quanto isolate ‘anticipazioni’, ma solo di riconoscere a volta a volta la loro differente natura rispetto all’indagine inaugurata all’inizio del secolo, cui ormai concordemente si attribuisce la denominazione di l.

1. La nascita della scienza linguistica: lo strutturalismo

La data di nascita della disciplina si fa abitualmente coincidere – anche se non sono mancate anticipazioni pur cospicue – con la pubblicazione postuma del Corso di linguistica generale (1916) di Ferdinand de Saussure (1857-1913), che per primo tenne – presso l’Università di Ginevra, a partire dal 1906-1907 – un insegnamento di l. generale. Nel Corso, Saussure così indicava i compiti della l.:
"a) fare la descrizione e la storia di tutte le lingue che potrà raggiungere, ciò che comporta fare la storia delle famiglie di lingue e ricostruire, nella misura del possibile, le lingue madri di ciascuna famiglia;
b) cercare le forze che in modo permanente e universale sono in gioco in tutte le lingue, ed estrarre le leggi generali cui possono ricondursi tutti i particolari fenomeni della storia;
c) delimitare e definire se stessa".
Saussure propose di considerare la l. come una parte della scienza generale dei segni o semiologia (il termine usato in area di lingua inglese è quello di semiotica): questa sarebbe la "scienza che studia la vita dei segni nel quadro della vita sociale; essa potrebbe formare una parte della psicologia sociale e, di conseguenza, della psicologia generale".
La prima distinzione proposta da Saussure per meglio definire l’ambito della ricerca linguistica è quella tra parole e langue: la parole è la componente individuale del linguaggio, l’insieme delle produzioni linguistiche effettive; la langue è invece la sua componente sociale, l’unica a essere oggetto specifico della scienza linguistica; langue e parole si differenziano anche perché l’una è un repertorio di alternative possibili (asse associativo, successivamente chiamato paradigmatico), mentre l’altra è costituita da un insieme lineare di elementi compresenti (sintagma, asse sintagmatico).
La langue è considerata come un sistema di segni (una struttura di segni, ma il termine ‘struttura’ non compare nel Corso), che ha una realtà sociale, e si realizza in un dato momento storico (sincronia). Il segno linguistico non unisce una cosa e un nome, ma un concetto (significato) e un’immagine acustica (significante); ne consegue che il rapporto tra segno linguistico e realtà extralinguistica non è considerato pertinente alla ricerca l. Il rapporto tra significante e significato – afferma Saussure – è del tutto arbitrario: il primo ha valore solo in quanto legato al secondo; la natura puramente relativa/oppositiva del segno si manifesta anche all’interno stesso del sistema linguistico, in cui ogni segno si definisce (ha valore) solo differenziandosi rispetto a tutti gli altri. L’approccio strutturale in l., promosso da Saussure, ha inteso sottolineare con forza la profonda solidarietà interna che caratterizza la lingua, in cui tutto è connesso a tal punto che a ogni variazione degli elementi corrisponde una riarticolazione della struttura nel suo complesso.
Oltre a quella tra langue e parole, Saussure ha proposto alcune altre distinzioni dicotomiche essenziali alla fondazione e allo sviluppo della l. (e della semiotica): tra l. esterna, attenta al rapporto fra la lingua e altre realtà esterne al sistema linguistico (dimensioni etnologiche, socio-politiche, ecc.) e l. interna, che studia esclusivamente il sistema linguistico considerato in se stesso, con intento puramente descrittivo e non normativo (proprio quest’ultimo della grammatica tradizionale pedagogica); tra l. sincronica, che prende in considerazione singoli stati di lingua, prescindendo da quelli precedenti e da quelli seguenti, e l. diacronica, che s’interessa invece al rapporto fra stati di lingua successivi; l’attenzione specifica alla diacronia, pur presente nella l., viene abitualmente a configurare una disciplina distinta: la glottologia; un’ulteriore distinzione è quella tra fonetica e fonologia: tale distinzione è stata approfondita e perfezionata dalla riflessione linguistica successiva – con il contributo soprattutto di esponenti del Circolo linguistico di Praga, di cui si dirà più oltre – che ha indicato come compito della prima lo studio dei suoni linguistici da un punto di vista acustico e articolatorio, mentre obiettivo della seconda è lo studio dei suoni dal punto di vista della loro funzione discriminante (diacritica) all’interno del sistema linguistico.
In area americana troviamo un approccio di tipo strutturale nell’opera di Leonard Bloomfield (1887-1949), che intese ricostruire la struttura linguistica considerando la lingua come un oggetto naturale, prescindendo quindi completamente dall’ambito del significato; quest’ultimo infatti – in un contesto teorico di tipo comportamentista o ‘behaviorista’ – viene fatto coincidere con il contesto osservabile dell’espressione linguistica (Comportamentismo). Lo schema proposto è S - r - s - R, così interpretabile: uno stimolo non-verbale (S) produce nel locutore una risposta verbale (r), questa a sua volta costituisce per l’ascoltatore uno stimolo verbale (s) che produce una risposta non verbale (R); le lettere minuscole indicano che il comportamento linguistico è a basso contenuto energetico, mentre il significato coinciderebbe con quanto indicato dalle lettere maiuscole. La l. bloomfieldiana opera per successive segmentazioni dell’enunciato, raggruppando poi i prodotti di tali suddivisioni in classi formali, a seconda della loro reciproca distribuzione (l. tassonomica e distribuzionalista).

2. La glossematica e la scuola di Praga

Ad approfondire e rigorizzare la posizione saussuriana – offrendo insieme un modello ermeneutico e una strumentazione categoriale generali – si sono dedicati in particolar modo Louis T. Hjelmslev (1899-1965) e il Circolo linguistico di Copenaghen, propositori della glossematica. Affermato che la lingua non è sostanza, bensì forma, questa è stata specificata in una rete di funzioni (intese in senso matematico, come dispositivi che mettono in relazione uno o più oggetti logici, detti argomenti, con un altro oggetto logico) che indicano i rapporti fra gli elementi linguistici, sia tra quelli presenti nel sistema come reciprocamente alternativi (funzioni aut), sia tra quelli compresenti nella catena (funzioni et).
L’analisi per funzioni proposta da Hjelmslev offre ulteriori elementi alla concezione strutturale della lingua intesa come sistema di segni, riarticolando il concetto di segno con l’individuare un piano della sostanza e uno della forma sia a livello del contenuto che a livello dell’espressione: la forma dell’espressione sarà perciò il principio strutturante della sostanza dell’espressione (acustica o grafica), mentre la forma del contenuto sarà l’articolazione semantica con cui la lingua ritaglia arbitrariamente il continuum esperienziale (la materia del contenuto).
La semiosi è indicata da Hjelmslev come una relazione (R) tra espressione (E) e contenuto (C), cioè: ERC; quando un sistema diventa espressione di un altro, si dice che il primo è denotato, mentre il secondo è connotato, in simboli: (ERC)RC.
Mentre la glossematica mutua il concetto di funzione dall’ambito logico-matematico, diversa ne è la nozione operativa nel funzionalismo proposto dal Circolo linguistico di Praga, che considera la lingua come "un sistema di mezzi di espressione adeguati a uno scopo". Il Circolo linguistico di Praga o Scuola di Praga – costituitosi nel 1926 per iniziativa di Vilém Mathesius (1882-1945) e che ha raccolto al proprio interno componenti culturali praghesi, russe e occidentali – ha espresso la propria posizione e il proprio orientamento di ricerca nella pubblicazione delle famose Tesi del 1929. Pur accogliendo la distinzione tra prospettiva diacronica e prospettiva sincronica, le Tesi sottolineano che "non si possono porre barriere insormontabili tra il metodo sincronico e quello diacronico"; va osservato che una decisa sottolineatura della diacronia è propria inoltre della l. idealista e storicista, che richiama alla radicale storicità della lingua, in quanto attività umana.
Anche lo studio della sintassi è stato affrontato dai praghesi ponendo attenzione non solo agli aspetti morfologico-grammaticali della frase, ma anche all’organizzazione comunicativa dell’enunciato, che viene articolato in tema ed enunciazione (rema): il primo è ciò di cui si parla – quell’aspetto della realtà condivisa da mittente e destinatario che viene, appunto, tematizzato – mentre il secondo è ciò che si afferma a proposito del tema. È da notare la non sovrapponibilità dell’articolazione tema/rema con quella di soggetto/predicato grammaticali: nell’enunciato ‘Maria dorme’, prodotto in risposta alla domanda ‘Che cosa fa Maria?’, tema è ‘Maria’ e rema ‘dorme’, ma se il medesimo enunciato rispondesse alla domanda ‘Chi dorme?’, tema sarebbe "quel qualcuno (non noto) che dorme" e rema "Maria".
Uno dei maggiori esponenti del Circolo linguistico praghese, Roman O. Jakobson (1896-1982), propose di distinguere nella comunicazione (in specie l.) sei fattori essenziali, cui corrispondono altrettante funzioni: Mittente (emotiva), Destinatario (conativa), Contesto (referenziale), Messaggio (poetica), Contatto (fatica), Codice (metalinguistica). Del contributo del Circolo linguistico di Praga alla fonologia già s’è detto: esso si deve soprattutto agli studi dello stesso Jakobson, di Nikolaj S. Trubetzkoj (1890-1938) e di André Martinet (1908-1999); quest’ultimo ha offerto alla l. il concetto di doppia articolazione: ogni enunciato linguistico può essere suddiviso in unità minime del significante dotate di significato (monemi), e queste ultime possono essere suddivise a loro volta in unità minime del significante prive di significato (fonemi); la nota della doppia articolazione è specifica della lingua.

3. La grammatica generativo-trasformazionale

Una presentazione del generativismo deve prendere le mosse dagli studi di Noam A. Chomsky. Il programma chomskyano è quello di rendere conto, attraverso un modello (calcolo) teorico, dell’intuizione di ‘grammaticalità’ che ogni parlante nativo ha rispetto agli enunciati della propria madrelingua; se si considera la lingua come un insieme (finito o infinito) di enunciati, la grammatica generativo-trasformazionale dovrà essere in grado di offrire le regole che consentano di generare e di interpretare tutte e sole le frasi – reali e possibili – grammaticalmente corrette. Chomsky ha proposto diverse versioni della propria teoria, cercando di inglobarvi anzitutto la competenza sintattica e, successivamente, anche quella semantica.
Allontanandosi dall’antimentalismo proprio dello strutturalismo americano – e ricollegandosi in questo alla l. ‘umanistica’ di autori come Franz Boas (1858-1942) ed Edward Sapir (1884-1939), che hanno offerto contributi decisivi alla ricognizione delle lingue amerinde e allo studio del rapporto tra lingua e cultura – Chomsky ha richiamato l’attenzione sull’estrema ricchezza e complessità dei fenomeni linguistici, tali da non poter essere spiegati in alcun modo attraverso lo schema semplificante di Stimolo-Risposta; per spiegare l’acquisizione della competenza linguistica – la capacità cioè di produrre e interpretare gli infiniti enunciati che una lingua consente di generare – viene allora ipotizzata la preesistenza di una grammatica universale, innata, di cui ogni singola lingua sarebbe una specificazione. Se più recentemente Chomsky ha collegato tale grammatica universale alla componente genetico-biologica dell’uomo, in un primo tempo egli ha inteso riallacciarsi all’innatismo della tradizione razionalista francese, in particolare a Cartesio. Lo studio di tale tradizione ha orientato all’approfondimento del tema della creatività linguistica, che Chomsky individua attraverso le seguenti note caratteristiche: illimitatezza dell’ambito; indipendenza da stimoli interni e/o esterni a chi parla; coerenza e appropriatezza a nuove situazioni; non dipendenza da una funzione comunicativa pratica; possibilità di esprimere il pensiero libero.
Se le varie versioni della grammatica generativo-trasformazionale hanno tenuto conto quasi esclusivamente della prima caratteristica – la capacità di produrre e interpretare enunciati nuovi, mai incontrati in precedenza – il richiamo chomskyano è stato particolarmente opportuno per attirare l’attenzione degli studiosi sugli aspetti non formalizzabili della lingua: l’uomo non è agito (o parlato) surrettiziamente dalla lingua (come avevano suggerito – muovendo peraltro in contesti teorici fortemente dissimili – sia alcune versioni del ‘principio di relatività linguistica’ sia lo strutturalismo ideologico), ma ha la capacità di utilizzare gli strumenti linguistici per esprimersi e comunicare liberamente.

4. Sintassi, semantica e pragmatica

Benché la più diffusa, la proposta chomskyana non è stata l’unica intesa a proporre un modello formalizzato della produzione linguistica; si è segnalato tra gli altri il modello applicativo di Sebastian K. Saumjan che ha reinterpretato l’idea di una grammatica generativa in chiave funzionale. La grammatica proposta dallo studioso sovietico, a differenza di quella chomskyana, non intende generare le frasi di una lingua particolare, ma quelle di una lingua ‘genotipica’, che siano funzionalmente analoghe a quelle delle lingue naturali. Altri autori hanno invece inteso espandere il modello chomskyano – allontanandosene – proponendo ricerche di semantica generativa: tra questi si segnalano particolarmente George Lakoff e Charles J. Fillmore. Quest’ultimo ha proposto una grammatica dei casi profondi e, analizzando il ruolo semantico che i sintagmi nominali possono avere rispetto ai predicati, ha declinato una lista provvisoria di tali casi: agentivo, strumentale, dativo, fattitivo, locativo, oggettivo.
Ulteriori approfondimenti dell’analisi semantica si devono a I. A. Mel’cuk, che ha proposto un modello in cui la lingua è considerata come "un tipo particolare di trasformatore che rielabora sensi dati nei testi a essi corrispondenti e testi dati nei sensi a essi corrispondenti"; graficamente: senso Ö testo).
La definizione più fortunata di sintassi e di semantica è probabilmente quella proposta da Charles W. Morris (1901-1979), che suddivide – all’interno della semiotica – lo studio dei segni nelle loro reciproche relazioni (sintassi), nel loro rapporto con il mondo (semantica) e rispetto a chi li usa (pragmatica). L’interesse per la pragmatica – l’attenzione ai concreti usi linguistici, all’ambito del discorso, della parole – si è fatto particolarmente strada nella seconda metà del sec. XX.
Tra le tappe più significative di questa ‘rivincita’ della pragmatica va considerata la teoria degli atti linguistici, presentata estesamente da John L. Austin (1911-1960), che mise a fuoco soprattutto gli enunciati esecutivi o performativi; quegli enunciati cioè che pongono in essere lo stato di cose che significano, ad es.: "Ti giuro che ti sarò fedele per tutta la vita" (lo stesso stato di cose viene descritto ma non posto in essere in enunciati come: "L. giura a S. che le sarà fedele per tutta la vita", oppure: "Ti ho giurato che ti sarei stato fedele per tutta la vita"). Austin propose inoltre di distinguere, negli atti linguistici, tre aspetti: quello locutorio, ciò che l’enunciato significa; quello illocutorio, ciò che il locutore intende fare con l’enunciato (per es. chiedere, ordinare, ecc.); e quello perlocutorio, ciò che viene ottenuto dall’interlocutore grazie a esso.
Uno studio autonomo, e più rigoroso, degli enunciati performativi si deve a Émile Benveniste (1902-1976), che ha indagato a fondo – muovendo dallo strutturalismo e superandolo – il rapporto fra il livello del sistema e quello della comunicazione in atto; il segno linguistico al primo livello è studiato dalla semiotica, mentre, una volta entrato a far parte di una comunicazione effettiva, esso viene messo a tema dalla semantica: "La semantica è il ‘senso’ che risulta dal collegamento, dall’adeguamento alla circostanza e dall’adattamento dei diversi segni fra di loro. Ciò è del tutto imprevedibile. È l’apertura verso il mondo. Mentre la semiotica è il segno rinchiuso in se stesso e contenuto in qualche modo in se stesso". Il passaggio dall’uno all’altro ambito – la conversione della lingua in discorso – è consentito da quello che Benveniste propone di chiamare apparato formale dell’enunciazione, che egli analizza al livello degli enunciati esecutivi, dei verbi delocutivi, delle grandi funzioni sintattiche e delle modalità formali, dei deittici (es.: questo, quello, oggi, ecc.: che rimandano direttamente a una realtà extralinguistica), dei tempi verbali (essi si collocano infatti, a volta a volta, su posizioni differenti dell’asse cronologico: ciò che ora dico col presente grammaticale ieri lo dicevo col futuro, e domani lo dirò col passato) e dei pronomi personali (‘io’ e ‘tu’ sono a volta a volta diversi, in ogni concreta enunciazione).
Gli sviluppi recenti della l. hanno imposto un approccio alla lingua sempre più ‘realistico’, che sia in grado di render conto della comunicazione effettiva (e dei suoi aspetti non affatto riconducibili all’attualizzazione di un sistema di segni), quale si realizza tra le persone che parlano: in tal senso la connotazione di ‘pragmatica’ si sta estendendo fino a coprire tutti gli studi che a tale realismo intendano ispirarsi; tra questi anche l’ambito della l. testuale, di cui ora dobbiamo occuparci.

5. Aspetti di l. testuale

La l. testuale ha come proprio oggetto specifico d’indagine non il sistema linguistico o la frase, ma le concrete produzioni linguistiche: i testi, sia orali che scritti. La delimitazione dell’oggetto testuale non può avvenire sulla base di criteri estrinseci – per esempio sulla base dell’estensione, che può variare, a volta a volta, dall’enunciato monosillabico (‘Sì!’, ‘No!’) a vari volumi – ma sulla base di note intrinseche; tra queste sono state indicate coerenza, coesione, continuità referenziale, informatività, pertinenza. L’ultima nota intende sottolineare il rapporto necessario fra costituzione del testo e domanda: ogni testo viene compreso/interpretato solo a partire da una domanda – esplicita o implicita – del destinatario, per corrispondere alla quale esso viene prodotto dal mittente. Tale rapporto cooperativo tra locutore e destinatario – particolarmente evidente nel testo dialogico, ora in modo particolare al centro degli studi linguistici – è stato indagato da Herbert P. Grice (1913-1988) con l’intento di individuare regole pragmatiche necessarie a una comunicazione felice: le massime conversazionali.
Un altro ambito fecondo e originale di ricerca sembra essere quello dello studio della struttura logico-predicativa del testo, inteso come un insieme di predicazioni gerarchicamente strutturate; ciò significa che esso non può venire considerato come una successione di enunciati, e che il legame fra questi ultimi non è quello di semplice contiguità fisica. La modalità con cui segmenti testuali vengono attivati sinteticamente entro un testo è quella del rimando forico (anaforico o cataforico, a seconda che il riferimento sia a una sequenza precedente o successiva; es.: "La l. così definita [anafora] si è sviluppata secondo tre correnti principali che conviene ora mettere a tema [catafora]").
L’analisi testuale – che ha richiamato l’attenzione anche sugli importanti ambiti del non-detto testuale: ciò che il testo presuppone necessariamente per essere sensato, o ciò che esso implica – ha sottolineato l’impossibilità di considerare la lingua come una struttura di segni, un repertorio cui il parlante attinge scegliendo tra possibilità di senso linguisticamente predefinite: si tratta piuttosto di un complesso insieme di elementi e procedure a disposizione di chi parla; questi – guardando alla propria intenzione comunicativa e al contesto della comunicazione – se ne serve per produrre i testi. In altre parole, la lingua può essere considerata come un insieme di strutture intermedie (Rigotti, 1983), tutte sinergicamente concorrenti – a diverso livello – alla costituzione del segno linguistico: il testo. Tali strutture intermedie, nessuna completamente autonoma dalle altre e tutte subordinate ai processi di testualizzazione, possono essere oggetto di ambiti disciplinari specifici: fonologia (intonazione), lessicologia e lessicografia, morfologia, sintassi, studio dell’ordine delle parole.

Come s’è visto, la l. ha conosciuto nel corso del sec. XX sviluppi e approfondimenti di grandissima portata; ciò ha orientato gli studiosi ad articolarla in numerosi ambiti di ricerca intra- e inter-disciplinare.

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Note

Come citare questa voce
Cantoni Lorenzo , Linguistica, in Franco LEVER - Pier Cesare RIVOLTELLA - Adriano ZANACCHI (edd.), La comunicazione. Dizionario di scienze e tecniche, www.lacomunicazione.it (13/08/2020).
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