Produzione

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Charlie Chaplin, David W. Griffith, Douglas Fairbanks e Mary Pickford, fondatori della casa di produzione United Artists
Elemento fondamentale e connotante, in maniera significativa, il percorso costitutivo della realizzazione di un film o di un qualsiasi altro materiale audiovisivo di destinazione commerciale, la p. rappresenta quel settore complesso che riguarda essenzialmente l’aspetto economico necessario per organizzare e rendere operative, da ogni punto di vista, tutte quelle componenti tecniche, artistiche, strutturali e di marketing, le quali concorrono a rendere completa la confezione di un’opera cinematografica da collocare poi sul mercato. Soprattutto quest’ultimo termine – il mercato – permette di ridefinire l’essenza stessa di un prodotto cinematografico: una merce che deve essere venduta e che quindi deve entrare in concorrenza con altri prodotti analoghi per vincere una sfida commerciale che si gioca tutta sui risultati del box office. In questa ottica, la p. sovraintende ogni singola parte del processo realizzativo di un’opera cinematografica: dal reperimento delle maestranze all’organizzazione del cast, dalla stesura dei contratti all’ottimizzazione e alla gestione del piano di lavorazione, fino al lancio del prodotto finito con la promozione attraverso la stampa e gli altri media.
Il rapporto tra la p. – e, in particolare, i produttori – e gli autori costituisce certamente uno dei capitoli più interessanti della storia del cinema; storia costellata spesso da film solo pensati, espropriati, mutilati, cambiati radicalmente nel loro progetto originario, modificati profondamente rispetto all’idea iniziale dell’autore, per l’intervento, a volte brutale, da parte del produttore. La lista, a questo proposito, è piuttosto lunga e comprende le opere – in questo caso, quelle mai realizzate – dei cosiddetti autori maledetti (vedi, tra i tanti, ad esempio, Erich von Stroheim), oppure di altri grandi registi che hanno reso il cinema un’arte, ma che, in conseguenza dei difficili rapporti con la p., hanno potuto condurre a buon fine solo una minima parte dei loro progetti (vedi, ad esempio, Robert Bresson: in quasi sessant’anni di carriera solo 13 film realizzati). È noto, inoltre, che nel 1919 quattro autori-attori come Charlie Chaplin, David W. Griffith, Douglas Fairbanks e Mary Pickford – definiti ‘pazzi’ dal produttore Richard Rowland – fondarono una loro casa, la United Artists, per rivendicare la propria autonomia rispetto allo strapotere esercitato dalla p. nei confronti della libertà creativa dell’artista. È altrettanto noto, del resto, come una delle vittime illustri più recenti di questo contrastato rapporto tra autore e p. sia stato il regista americano Michael Cimino, il quale ha deciso il suo addio definitivo al cinema dopo l’insuccesso commerciale del suo ultimo film Verso il sole.
Il cinema, quindi, come prodotto industriale; e la p. assimilabile a una catena di montaggio dove vengono messe in atto tutte quelle operazioni che hanno come unico scopo il raggiungimento del massimo profitto rispetto al minimo degli investimenti effettuati per la realizzazione di un film. Ricordava Luigi Chiarini che il film è un’arte e che il cinema è un’industria. Significativa, in questo senso, è anche la definizione che veniva data del produttore nel cinema hollywoodiano classico: tycoon, cioè ‘autorità dispotica’; e, da noi, addirittura ‘pescecane’: un’immagine realistica e neanche troppo metaforica per indicare l’assoluta spregiudicatezza con la quale il produttore interveniva in prima persona e senza molti scrupoli, imponendo attori, licenziando i registi in corso d’opera, modificando la sceneggiatura originaria, praticando il cosiddetto final cut – altra definizione di produttore – il ‘taglio finale’ e definitivo, cioè, con cui si chiudeva il montaggio.
Anche se nel cinema contemporaneo la figura del produttore è stata ridimensionata in seguito a delle modifiche strutturali del mercato cinematografico – crisi delle majors, nascita di produttori indipendenti, partecipazione degli autori al processo imprenditoriale in prima persona, possibilità di far transitare i film attraverso il circuito televisivo, presenza dell’ home video ecc. – i caratteri basilari della p. sono rimasti fondamentalmente inalterati e legati in maniera diretta al sistema capitalistico. In altri termini – e salvo rari casi – un autore riesce a operare, a trovare cioè una p., solo se il suo lavoro è in grado di lasciare un segno positivo sul mercato.
Un discorso a parte merita la p. nelle società dove esiste una cinematografia di Stato. In questo caso, il criterio prevalente è quello ideologico o di propaganda e l’organizzazione di tale settore imprenditoriale viene gestita direttamente da enti o da istituzioni appositamente creati e obbedienti non più alle leggi del mercato, ma finalizzati al conseguimento di determinati obiettivi politici e sociali.

Bibliografia

  • CLEVE B., Film production management, Focal Press, Boston (MA) 2000.
  • HESMONDHALGH David, Media Production, Hoepli, Milano 2007.
  • RABIGER M., Directing, Focal Press, Boston (MA) 1997.

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Note

Come citare questa voce
Tagliabue Carlo , Produzione, in Franco LEVER - Pier Cesare RIVOLTELLA - Adriano ZANACCHI (edd.), La comunicazione. Dizionario di scienze e tecniche, www.lacomunicazione.it (27/02/2020).
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