Diaframma

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Autore: Franco Lever
Esempio dei possibili usi del diaframma

1. Definizione

È il dispositivo che consente al fotografo di variare il diametro del fascio di luce che, attraversato l’obiettivo, crea l’immagine sul piano della pellicola (lo stesso meccanismo c’è nelle cineprese e nelle telecamere). Di norma, oggi, è collocato all’interno dell’obiettivo stesso.
Già nella camera oscura si era notato che l’immagine variava in luminosità e in definizione al variare delle dimensioni del foro da cui proveniva la luce: se il foro era grande l’immagine era più luminosa, ma aveva varie zone sfocate; se il foro era piccolo, l’immagine guadagnava in nitidezza, ma perdeva luminosità.

2. Storia

I primi fotografi non avevano né materiali molto sensibili né obiettivi luminosi, per cui erano obbligati a utilizzare sempre la massima apertura offerta dall’obiettivo. Il rapido miglioramento dei materiali sensibili e degli obiettivi ha progressivamente messo il fotografo nelle condizioni di poter scegliere, tra i vari diaframmi possibili, quello che garantisce alla sua fotografia la qualità voluta in termini di nitidezza, messa a fuoco, luminosità, intensità dei colori, ricchezza dei dettagli nelle ombre e nelle luci.
Nel 1858 John Waterhouse variava il diametro del flusso luminoso, inserendo in un’apposita fessura dell’obiettivo delle lastrine metalliche con dei fori più o meno grandi, ciascuno identificato dal suo diametro; anni dopo, l’operazione venne resa più pratica montando direttamente nell’obiettivo una lastrina rotante, su cui erano praticati i vari fori; alla fine del secolo i tecnici hanno messo a punto il d. a iride, ancora oggi utilizzato, che lascia scegliere al fotografo una qualsiasi posizione tra la sua massima e la sua minima apertura (è una serie di lamelle a forma di mezza luna, montate su due anelli: ruotando uno degli anelli, le lamelle si dispongono in modo tale da ridurre o ampliare un foro centrale). La tecnologia più recente ha integrato il controllo del d. nel sistema centrale intelligente della macchina fotografica, proteggendo così il dilettante dagli errori più comuni, offrendo invece al fotografo creativo il massimo di libertà.

3. I numeri del d.

La scelta dei numeri con cui indicare i vari diaframmi (la lettera ‘f’ ne è il simbolo) è il risultato di una doppia preoccupazione: il controllo della luce e la ricerca di una necessaria standardizzazione delle apparecchiature.

3.1. Il rapporto d./velocità di otturazione.
Per avere un buon controllo della quantità di luce che passa attraverso l’obiettivo si deve intervenire contemporaneamente su due dati: la sezione del d. e il tempo in cui l’obiettivo rimane aperto. Questi dati sono tra loro strettamente correlati: ad esempio, se raddoppio il tempo di apertura e dimezzo la superficie del d., la quantità di luce che passa è la stessa. Per garantire un migliore controllo tempo/d. si è dunque giunti a stabilire che la scala dei d. è fatta in modo che ogni valore ‘f’ sia la metà del valore ‘f’ che lo precede: poiché i valori sono 1,4 - 2 - 2,8 - 4 - 5,6 - 8 - 11 - 16 - 22, ecc., passando da f = 11 a f = 16, la sezione del d. si dimezza e dunque si dimezza il fascio luminoso passante; lo stesso capita tra 4 e 5,6, tra 8 e 11, e così via. Invece, per la scala dei tempi dell’otturatore, il criterio è opposto: la scala è 1/1000 di secondo, 1/500, 1/250, 1/125... 1/8, 1/4, 1/2, 1 secondo, dove appunto 1/500 di secondo è il doppio di 1/1000, 1/250 il doppio di 1/500, ecc.

3.2. I valori ‘f’ sono standard.
Gli indici scelti devono valere per ogni macchina fotografica, indipendentemente dalle sue dimensioni. Il modo più pratico per indicare i vari d. sembrerebbe essere quello di usare la misura del loro diametro espressa in millimetri. In realtà per il fotografo questa non è una buona scelta, perché il diametro del d. non definisce da solo la luminosità dell’immagine creata nella macchina fotografica: essa dipende anche dalla distanza tra il d. e la superficie su cui si forma l’immagine. Per chiarire il problema – e quindi la soluzione adottata – si pensi a un proiettore di diapositive: se lo schermo è a un metro, l’immagine prodotta è piccola e molto luminosa; se invece lo schermo è – mettiamo – a 15 metri, lo stesso flusso luminoso genera un’immagine molto più grande, ma – proprio per questo – non altrettanto viva. La luminosità dell’immagine dunque dipende da due valori: dalla quantità di luce disponibile (nel nostro caso il diametro del d.) e dalla distanza tra il centro dell’obiettivo (dov’è collocato il d.) e il piano dell’immagine. Questa è la ragione che ha portato a scegliere come valori ‘f’ dei numeri che al fotografo neofita sembrano molto strani: essi non indicano un valore assoluto, ma il rapporto tra la distanza "centro ottico dell’obiettivo-superficie dove si genera l’immagine" e il diametro del d.: quando f è 2, vuol dire che la distanza centro dell’obiettivo/immagine misura il doppio del diametro del d.; quando f è 8, questa distanza è 8 volte il diametro del d.
Con questa scelta si è ottenuto un grande vantaggio: qualunque sia la dimensione della macchina fotografica, i valori ‘f’ sono equivalenti (l’immagine che si forma sul negativo ha la stessa luminosità). Per questo i dati offerti da un esposimetro, le indicazioni fornite dal produttore di una pellicola, le regole per ottenere determinati effetti sono immediatamente applicabili su una piccola Minox come su una macchina cento volte più grande.

4. Innovazioni tecnologiche e automatismi

Il d. è un meccanismo che ha un diretto influsso sulla qualità finale della fotografia; è logico quindi che le innovazioni abbiano continuamente interessato questa parte della macchina fotografica. Ci limitiamo a ricordare le tappe essenziali.
Una decisa modifica avvenne quando i costruttori cominciarono a montare l’esposimetro direttamente sulla macchina fotografica reflex, con lettura della luce attraverso l’obiettivo. Il vantaggio era notevole, perché in questo modo il fotografo misurava soltanto l’intensità della luce relativa all’inquadratura scelta. Per fare questa misura però egli doveva chiudere il d. fino al valore corrispondente alla luce esistente e al tempo selezionato. In varie occasioni questa operazione è utile, perché così, attraverso l’obiettivo chiuso al d. usato, si vede come sarà il risultato finale (soprattutto nei controluce o nelle foto che esigono un controllo della profondità di campo): lo prova il fatto che le migliori macchine consentono anche oggi di fare questo controllo. In moltissime altre occasioni però questa tecnica (chiamata stop down) crea delle difficoltà, in quanto, chiudendo il d. sul valore utilizzato, si riduce la luminosità del mirino, compromettendo così il controllo della messa a fuoco e dell’inquadratura. Il problema venne risolto simulando a livello elettronico la chiusura del d.: quando l’operatore modifica l’apertura del d. alla ricerca della misura corretta della luce, non interviene più direttamente sul meccanismo del d. ma sul circuito dell’esposimetro, che registra le variazioni introdotte. In questo modo il fotografo controlla l’esposizione servendosi dei dati forniti dall’esposimetro, mentre il mirino resta sempre al massimo della luminosità. Al momento dello scatto, un attimo prima che si apra l’otturatore, la macchina riporta il d. al valore scelto.
Un salto di qualità ulteriore – decisivo – si è avuto con l’introduzione dell’elettronica e dei circuiti integrati. La macchina è diventata un sistema dove le varie parti hanno ‘imparato’ a dialogare e a lavorare insieme, secondo dei programmi sempre più sofisticati (tanto che a volte si ha l’impressione che il costruttore miri più a strabiliare il cliente, che ad aiutarlo a fare belle fotografie). In particolare – limitandoci alle funzioni veramente utili – il fotografo ha varie possibilità di intervento sul d.: può optare per un controllo totalmente manuale di tempi e d.; oppure impostare la macchina nella modalità preselezione del d. (l’operatore sceglie il d., la macchina decide il tempo da utilizzare, tenendo conto anche dell’obiettivo montato) o nella modalità preselezione dei tempi (sceglie il tempo, la macchina il d.); infine c’è la funzione program: il fotografo bada esclusivamente all’inquadratura e lascia ogni altra scelta alla macchina.
Per il fotografo esperto e creativo tutti questi automatismi – ciascuno a tempo opportuno – possono costituire un aiuto nel raggiungere l’effetto voluto. Chi invece esperto non è, finisce per eseguire fotografie secondo lo standard programmato dal costruttore.

5. Valore espressivo della scelta del d.

Molto di quanto si è detto fin qui sembra far parte di un puro gioco tecnico. In realtà ogni intervento sul d. determina una modifica del risultato finale: lo può esaltare, impoverire o anche distruggere irrimediabilmente. Verifichiamo ora le conseguenze espressive delle scelte tecniche.
a) In riferimento alla resa del colore e della gamma del bianco/nero. Nessuna pellicola è in grado di registrare tutta la gamma dei colori e delle luci di qualsiasi scena. La tavolozza della natura a volte è contenuta, come quando il cielo è coperto e la luce è diffusa: in questi casi la pellicola regge senza troppe difficoltà il confronto. Ma in altre occasioni la gamma di luci e colori è molto più vasta di quella registrabile da parte delle nostre pellicole: i suoi bianchi possono essere assolutamente abbaglianti e le ombre di un nero profondo. Indispensabile è allora l’intervento del fotografo sul d. (e sul tempo) per decidere la saturazione dei colori (corretti, slavati o incupiti; intensi o tipo pastello); se e che cosa evidenziare nelle zone più scure o in quelle più chiare; a quale parte della gamma dei grigi dare maggiore importanza.
b) In riferimento alla messa a fuoco. La scelta del d. decide anche quali parti della scena risulteranno a fuoco e quali no. Ciò che sta davanti all’obiettivo non viene automaticamente reso in modo chiaro – a fuoco – sulla pellicola. Anche in questo ambito si esercita una scelta creativa del fotografo: può decidere di avere a fuoco solo un particolare, annullando tutto il resto; può cercare di avere a fuoco tutta la scena o una sua porzione; può addirittura cancellare quanto lo disturba. Questi risultati dipendono da come il fotografo usa il d. in relazione con la distanza della messa a fuoco e il tipo di obiettivo in uso.
Agendo sulla ghiera delle distanze (è una parte dell’obiettivo) si può scegliere come distanza di messa a fuoco, ad esempio, i due metri: in questo modo, tutto ciò che è alla distanza di due metri è a fuoco. Ma l’insieme dei punti distanti due metri forma soltanto una superficie: e il resto, ciò che è più vicino e ciò che è più lontano? (L’interrogativo è molto importante, dal momento che noi fotografiamo spazi, oggetti, non solo superfici). Il resto va progressivamente fuori fuoco, mano a mano che ci si allontana – nelle due direzioni – dal valore selezionato sull’obiettivo, secondo una regola precisa: se il d. utilizzato è molto aperto (ad esempio f=1,4), va fuori fuoco quasi subito; se invece si utilizza un d. molto chiuso (ad esempio f=16), si può considerare a fuoco uno spazio piuttosto grande (profondità di campo). In altre parole: i d. molto aperti sono molto selettivi, quelli chiusi lo sono assai meno; la differenza è netta con gli obiettivi normali; è meno accentuata negli obiettivi grandangolari; è impressionante con i teleobiettivi.
Agendo dunque sul d. il fotografo crea lo spazio della sua opera: può rendere leggibile solo una superficie, sfocando – fino a cancellare – tutto il resto; oppure può offrire a chi guarda la libertà di spaziare in un amplissimo panorama, dove tutto risulta nitido.
c) In riferimento a puri dati di nitidezza. Osservando i diagrammi che valutano la nitidezza degli obiettivi (la loro capacità di riprodurre anche il più piccolo particolare) si osserva una costante: il massimo di risoluzione è sempre attorno ai valori f=5,6 o f=8. Quando si vuole riprodurre una superficie (un quadro, una stampa, un disegno...) con il massimo di precisione, conviene dunque impostare la macchina in modo da utilizzare i diaframmi più precisi.
d) In condizioni di controluce. C’è un’altra situazione che evidenzia quanto decisivo sia l’intervento sul d. È il controluce totale, quando cioè si fotografa ponendosi di fronte al sole (o alla fonte luminosa), invece che averlo di fianco o alle proprie spalle. In questo caso ci sono due aspetti che meritano attenzione: il fatto che i raggi di luce entrano direttamente nell’obiettivo e il fatto che si sta fotografando il lato oscuro, non illuminato degli oggetti.
Per quanto riguarda il primo caso, si deve tener presente che i raggi di luce all’interno dell’obiettivo subiscono delle riflessioni molto evidenti (tanto più irregolari, quanto peggiore è l’obiettivo), con effetti disturbanti e/o interessanti, soprattutto con d. chiuso (il sole, ad esempio, può apparire come un punto luminoso, che genera una serie di raggi a stella). Variando il d. si ottengono risultati diversi.
La seconda caratteristica evidenziata determina un tipo di fotografia capace di rendere ‘astratte’, ‘a-temporali’ le situazioni e i personaggi, proprio perché non si vedono con i loro colori, ma se ne utilizza la silhouette proiettandola contro la luce. Sia in fase di progettazione dell’immagine che in fase di esecuzione è importante agire correttamente sul d.: in fase di progettazione ci si deve mettere nella condizione di stop down (chiusura effettiva del d.) in modo da controllare direttamente l’effetto che si vuole ottenere; in fase di esecuzione decisivo è il d. utilizzato, perché l’effetto finale è dato dalla profondità dei neri e dalla brillantezza delle luci. Anche un piccolo errore banalizza il risultato.

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Come citare questa voce
Lever Franco , Diaframma, in Franco LEVER - Pier Cesare RIVOLTELLA - Adriano ZANACCHI (edd.), La comunicazione. Dizionario di scienze e tecniche, www.lacomunicazione.it (19/01/2021).
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