Deontologia C. Deontologia dello spettacolo

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Autore: Guido Gatti

1. La comunicazione artistica

Gli stretti rapporti di parentela che collegano lo spettacolo alla comunicazione artistica rendono opportuno premettere, alla trattazione della d.d.s., qualche cenno sulla natura della comunicazione artistica e sulla sua valenza etica.
Per quanto dibattuta e complessa possa essere la questione della definizione di ciò che è arte, ci sembra innegabile che, dal punto di vista etico, essa vada vista essenzialmente come una forma di comunicazione appartenente al campo dell’espressione, cioè di quella forma di comunicazione in cui il messaggio comunicato è parte della verità della stessa persona che si esprime, momento significativo della sua interiorità.
Questo significa che l’arte non ha primariamente il compito di insegnare (dove per compito ci si riferisce non tanto alle finalità soggettive dell’artista, che possono essere diversissime, quanto al significato comunicativo dell’arte in se stessa): l’arte non è una forma di indottrinamento; l’intento didattico è secondario rispetto alla vera natura dell’arte. La qualità morale dell’arte non dipende quindi primariamente dai valori morali cui essa consapevolmente si ispira e che essa intende comunicare.
L’arte è espressione del mondo interiore della fantasia e dei sentimenti dell’artista; non però nella loro immediatezza emotiva, ma in quanto contemplati con un certo distacco e creativamente impressi in una forma, che ubbidisce a certe tecniche e canoni estetici (in parte almeno convenzionali) e che li rende comunicabili.
In forza di questa possibilità comunicativa, l’arte non è soltanto un fatto di vita interiore ma una realtà della cultura, condivisibile all’interno di una comunità culturale e dotata quindi di una certa rilevanza sociale.
Questo significa che la qualità morale dell’opera d’arte è legata innanzitutto alla sua ‘autenticità’, in quanto fatto di comunicazione. Questa autenticità comprende naturalmente la sincerità dell’artista nell’espressione del suo mondo interiore, l’effettivo distacco contemplativo nei confronti di questo stesso mondo, la comunicatività di questa espressione, che la rende effettivamente condivisibile all’interno della comunità culturale in cui essa è prodotta.
Un problema particolare dell’etica dell’opera d’arte è quello del confine tra arte e pornografia.
La pornografia è la rappresentazione dell’osceno, fatta in modo tale da stimolare atteggiamenti eticamente negativi, sia nel campo della sessualità che in quello, troppo spesso meno avvertito e denunciato, della violenza (Violenza nei media).
La vera arte esclude di per sé la pornografia, anche quando rappresenta l’oggetto sessuale o la violenza. La rappresentazione artistica infatti trasfigura quanto rappresenta. Essa include e comunica un certo distacco contemplativo che permette al fruitore dell’arte un impatto spiritualmente costruttivo con l’oggetto sessuale e con la violenza. La rappresentazione dell’oggetto sessuale diventa espressione del complesso mondo interiore di cui essa è occasione e simbolo, e la rappresentazione della violenza si fa dimostrazione della serietà e della tragicità dell’esistenza e protesta contro il disumano della vita.
Naturalmente questo distacco deve essere anzitutto vissuto in prima persona dall’artista stesso, come momento essenziale della vera creazione artistica, e deve essere poi effettivamente oggettivato nell’opera d’arte. E anche questo non esclude che esso possa restare impossibile, per i più diversi motivi di carattere soggettivo, a intere categorie di possibili fruitori: pensiamo ad esempio a quanto difficilmente l’adolescente, nel pieno tumulto delle sue prime esperienze sessuali, potrà assumere un simile distacco catartico nei confronti della rappresentazione sessuale, fosse pure di buona qualità artistica.
Purtroppo molto spesso il mondo della comunicazione artistica nella nostra società assume i connotati di un grande business che ubbidisce soltanto alle regole del consumismo individualista e competitivo che presiede in genere a tutta la nostra vita sociale. In questo caso la pornografia diventa un vero e proprio male sociale, che si oppone al bene comune della collettività e domanda forme di controllo consapevole e concertato da parte della società stessa.

2. Natura dello spettacolo

2.1. Un fatto di cultura.
Una forma importante di comunicazione sociale, che fonde insieme il gratuito dell’arte con il mercantile della comunicazione di massa, è lo spettacolo.
Lo spettacolo entra a costituire, come elemento decisivo, il sistema ‘cultura’. Per questo è presente, in forme diverse, congeniali all’indole di ogni popolo ed espressive della sua fisionomia spirituale, presso ogni cultura.
Della cultura di un popolo, lo spettacolo rappresenta prima di tutto uno specchio: nei suoi spettacoli ogni popolo rappresenta anzitutto se stesso, la sua storia passata, la sua vita attuale con le sue tensioni e le sue credenze, le paure e le speranze nei confronti del futuro.
Attraverso questo suo rappresentarsi, una cultura si autoriproduce, garantendosi continuità e creatività. Considerata da questo punto di vista, tutta la vita di un popolo è spettacolo nel senso etimologico della parola: vita allo specchio.
Ma lo spettacolo non è solo un riflesso fedele e speculare della realtà; allo spettacolo vero e proprio compete sempre un certo carattere fittizio; lo spettacolo è una rappresentazione simbolica che trasfigura gli eventi, ne illumina il senso e li rende significativi per la vita dello spettatore. Del resto questa è una caratteristica, come si è già detto, di tutte le forme di arte.
Se nelle sue forme più elementari lo spettacolo è cosa di tutti, al punto che tutti ne sono insieme spettatori e attori, esso tende inevitabilmente a diventare più complesso. Anche per questo, presto o tardi, la funzione pubblica dello spettacolo viene affidata alla competenza di un gruppo ristretto di specialisti, particolarmente dotati e formati, che vengono a costituire una vera e propria professione, tanto più complessa e articolata quanto più complessa e articolata è la società: la professione degli uomini dello spettacolo.
Nella nostra attuale società, questa professione unisce in una sola funzione autori di testi, attori, registi, produttori, tecnici della ripresa cinematografica e televisiva, e mille altre competenze e specializzazioni particolari diverse. Questa intima correlazione tra la vita di un popolo e lo spettacolo che la rappresenta, trasfigurandola e svelandone il senso, carica lo spettacolo di significati morali e religiosi.
Lo spettacolo è nato come celebrazione religiosa: presso i popoli primitivi esso si risolve tuttora in una attualizzazione simbolica degli eventi originari e fondanti narrati nei miti, attraverso i quali viene interpretato e in qualche modo dominato il modo della vita.
Lo spettacolo ha assunto spesso il compito sociale di una consapevole e intenzionale educazione morale e di didattica politica. Qualcuno come A. Miller (1962) ha riconosciuto e teorizzato questo impegno: "È assolutamente errato – egli scrive nella sua introduzione a Erano tutti miei figli – affermare che v’è un profondo contrasto tra l’arte e un tema filosoficamente e socialmente significativo... Il fine del teatro è la creazione di una più alta coscienza, e non solo quello di stimolare i sentimenti e il sistema nervoso del pubblico".
Del resto lo spettacolo risponde di sua natura a un bisogno di conoscenza.

2.2. Lo spettacolo di evasione.
Solo nelle società più evolute, contrassegnate da un forte pluralismo ideologico e indifferentismo religioso, diventano possibili forme di spettacolo concepite e attuate al di fuori di ogni esplicita e consapevole volontà di socializzazione religiosa e di educazione morale e civica: è lo spettacolo di pura evasione.
A dire la verità, l’evasione intesa in senso largo è una dimensione costitutiva dello spettacolo. È anche in questo senso che lo spettacolo rappresenta la risposta a un bisogno universale dell’uomo: esso gli offre la possibilità di una fuga transitoria dalla quotidianità, verso un mondo ‘totalmente altro’ rispetto a quello della vita reale.
Il suo legame originario col sacro si pone anche sulla linea di questo bisogno di evasione: la totale alterità rispetto alla realtà del lavoro e al regno della necessità è infatti una delle categorie che meglio definiscono la natura del ‘sacro’. Appartiene del resto a ogni forma di arte in quanto tale di porsi come superamento dei limiti del fattuale e di introdurre nel mondo ‘diverso’ della fantasia creatrice (Turner Victor W.).
Ma la ‘pura evasione’ di cui stiamo parlando è un prodotto della società del benessere e della crescita esponenziale della domanda di consumi che la caratterizza. In una società mercantile, dove tutto diventa oggetto di scambio, anche lo spettacolo diventa una merce, dotata di un valore di scambio, che si misura in base alla domanda del mercato: di qui la necessità di moltiplicare artificiosamente tale domanda, magari a prezzo di abbassarne il livello della dignità artistica e culturale, per adeguarsi al cattivo gusto della massa consumatrice.
In questo senso, la rappresentazione della violenza e del sesso, che pure non mancava nello spettacolo tradizionale, perde quella funzione catartica che la Poetica di Aristotele le aveva assegnato, per farsi allettamento mercantile. Da questo punto di vista, l’industria della pornografia e lo spettacolo della violenza rinunciano a ogni funzione educativa e didattica (perfino a quella del negativismo etico, ancora presente nella ‘drammatica dell’assurdo’) ma anche a ogni vera pretesa artistica.
Si limitano a imprigionare il fruitore all’interno di una dipendenza cieca e senza via d’uscita che presenta gli stessi sintomi della tossicodipendenza.

3. Responsabilità etiche dello spettacolo

Ed è proprio in riferimento a queste responsabilità formative e sociali che si impone il bisogno di una deontologia della professione dello spettacolo.
Anche la d.d.s., come quella dell’arte in genere, si specifica per un particolare servizio nei confronti della verità: è il servizio della trasfigurazione della verità fattuale che apre lo spettatore alla conoscenza della verità del senso, non attraverso i processi della ragione logica, ma attraverso quelli, più misteriosi e indefinibili, della fantasia creatrice.
Da questo punto di vista, per chi crede davvero in una superiore verità dell’uomo e in un senso della vita, lo spettacolo è chiamato a farsi una forma particolarissima di educazione morale.
Ma accanto alla positiva vocazione a comunicare in modo creativo i valori in cui crede, l’uomo dello spettacolo ha la responsabilità di non tradire la fiducia del pubblico e gli interessi veri dell’uomo attraverso una comunicazione inautentica e distruttiva di umanità.
È una responsabilità che pesa in modo particolare su chi crede nella dignità dell’uomo e nei valori che lo realizzano: è una responsabilità che mette in essere il dovere morale di una certa autocensura, che avrà come oggetto non tanto gli aspetti negativi della realtà umana, quanto ciò che, nel suo concreto essere comunicato, risulta di fatto distruttivo di umanità nei confronti dei destinatari (e qui pensiamo soprattutto allo spettacolo rivolto ai ragazzi e ai giovani) (Minori e mass media).
Naturalmente esiste anche un diritto-dovere della comunità a difendersi da queste forme distruttive di spettacolo con le forme più idonee di controllo sociale (Censura).
È chiaro che i valori promossi e difesi da una società democratica e pluralista non potranno essere valori di ghetto, cioè valori magari in sé nobilissimi, ma condivisi solo da una parte esigua della società. I credenti non potranno esigere dalla società una tutela integrale di tutti i valori morali in cui credono.
Ma c’è in ogni società un minimo comun denominatore di convinzioni, di valori, di norme etiche che godono del consenso praticamente unanime dei suoi membri: tali sono ad esempio i valori definiti dalle varie ‘dichiarazioni dei diritti universali dell’uomo’, i principi fondamentali delle diverse ‘costituzioni’ e alcuni di quegli elementi dell’eredità morale del cristianesimo, in forza dei quali il Croce poteva scrivere che nessuno nella nostra società può non dirsi cristiano.
La società è chiamata a difendere questa linea minimale di valori così come è chiamata a difendere il bene comune; se non lo facesse si condannerebbe alla disgregazione.

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Note

Come citare questa voce
Gatti Guido , Deontologia - C. Deontologia dello spettacolo, in Franco LEVER - Pier Cesare RIVOLTELLA - Adriano ZANACCHI (edd.), La comunicazione. Dizionario di scienze e tecniche, www.lacomunicazione.it (27/02/2020).
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