Animazione (etimologia)

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Autore: Remo Bracchi
Voce di origine latina, ricavata dal verbo anim-a-re mediante l’aggiunta del suffisso astrattizzante -tio (indoeuropeo -ti-), che forma nomi di azione.
In senso proprio animatio, -onis si può dunque definire come actio animandi seu vivificandi. Alla base sta infatti il sostantivo anima, propriamente ‘alito, respiro’, poi ‘principio di vita’, ‘anima’.
I primi autori usano la parola secondo una valenza ancora concreta, riferendosi all’atto creativo divino di immissione dell’alito (della vita) negli animali o, per estensione, in altri corpi un tempo creduti animati. Il termine animal è anch’esso derivato dalla medesima radice e significa ‘respirante’, ‘vivente’. Afferma infatti Macrobio: Cum morte animalis discesserit animatio (Somnium Scipionis 2,12,18). Il greco ánemos ‘vento’ era concepito come il grande respiro dell’universo, proiezione macroscopica verso il grande corpo del cosmo dell’immagine minuscola del corpo umano.
La più antica attestazione scritta è in Cicerone: Erant autem animantium genera quattuor: quorum unum divinum atque caeleste, alterum pennigerum et aerium, tertium aquatile, terrestre quartum. Divinae animationis maxime speciem faciebat ex igne, (Timaeus 35), cioè i corpi celesti animati da mente divina.
L’azione essenzialmente divina di dotare di soffio e di movimento gli esseri viventi ha già subito una dilatazione semantica, fino ad abbracciare l’intera creazione. In essa un posto di privilegio è occupato dalle stelle che, per la loro natura luminosa, la loro incorruttibile trascendenza e la perfezione delle loro orbite, sembrano portare più direttamente l’impronta del creatore.
Tertulliano introduce il sostantivo in un passo nel quale si tratta di piante. Qui dunque animatio assume l’accezione larga di ‘vitalità, rigogliosità’ nel brano concreto ancora più specificatamente di ‘capacità di reazione all’ambiente’. Arbores quibus de aedificio male est, ut crescendo recedunt, ut refugiunt [sc. ab aedificio!] sentias ramos aliorsum destinatos, et animationem arboris de divortio parietis intellegas (De anima 19), vale a dire arborem animatam esse concludas ex odio quo fugit parietem neque ibi se suspendit.
Sant’Agostino sembra essere stato il primo ad aver usato la voce nel senso pedagogico di ‘risveglio dell’interesse’ nell’uditore o nell’alunno per facilitare l’insegnamento. Primus actus docendi causa dicatur animatio (De quantitate animae 35,79). Tale sviluppo si interrompe con lui, per riapparire soltanto dopo secoli di scorrimento carsico.
Ma l’impiego in senso figurato ha sospinto il contenuto della parola verso un ventaglio di altri valori traslati, che andranno di mano in mano sviluppandosi col procedere delle conoscenze e con l’evolversi delle attività umane.
Già ancora nell’arco della lingua latina si affacciano le accezioni psicologiche di "ripresa di vitalità, rinascita interiore", "impulso dell’animo" tanto nel suo aspetto positivo di "attrazione viva, desiderio", quanto in quello negativo di "animosità, ira" (TLL, vol. 2, p. 85-86; Forcellini, vol. 1, p. 246).
Per non prolungare eccessivamente l’esemplificazione, non citeremo qui che pochi passi significativi. Sedullio scrive: Turbas innumeras recidiva faciet animatione resurgere (Carmen Paschale 4,21). Nell’antica versione della Bibbia detta Itala, nella pericope di Atti 2,1, parlando dell’effusione dello Spirito Santo, viene detto: Die autem pentecostes fuerunt omnes discipuli eadem animatione simul in unum. L’espressione greca metà páses prothymías di Atti 17,11, che la Vulgata traduce cum omni aviditate, nella Cantabrigensis è resa invece: cum omni animatione. L’Itala, secondo la testimonianza di Cipriano (De oratione dominica 25) latinizzava il greco thymoû di Isaia 42,15 con l’espressione iram animationis Dei, mentre nella Vulgata, allo stesso luogo, incontriamo indignationem furoris.
Da quanto si ricava dagli esempi riportati, la voce animatio, pur mantenendo un proprio itinerario costantemente inciso nella lingua, è rimasta piuttosto relegata al linguaggio settoriale della filosofia e della teologia o delle iniziative culturali con quelle connesse. Le versioni della Bibbia sembrano testimoniare un iniziale tentativo di diffusione verso la parlata popolare, ma il confronto con altre traduzioni contemporanee dà l’impressione di una scelta dotta di un termine non usuale, provocata dal desiderio di ricondurne il contenuto a una maggiore aderenza con la sua accezione concreta originaria.
Nel latino medioevale il sostantivo è continuato pressoché con le stesse valenze ereditate dal periodo anteriore. San Tommaso (Summa theologica 3, qu. 27 ad 2) apporta una distinzione tra creazione, che necessariamente precede, e a. o ‘azione di infondere l’anima’. La Scolastica userà animatio anche nel senso specifico di ‘azione per la quale l’anima informa il corpo’. Liutprando, vescovo di Cremona nel secolo X, testimonia la continuità di animatio per definire ‘un desiderio vivo’, ‘un’aspirazione’ (Antapodosis 4,7), valore già apparso nelle versioni della Bibbia e forse da quelle per silenziosa osmosi trasmessosi alle lingue volgari (Blaise, 1975, p. 47). Anche le accezioni collaterali positive e negative di ‘zelo’, ‘cupidigia’, ‘collera’, appaiono attestate qua e là (Niermeyer, 1976, p. 44).
All’interno della lingua italiana, il processo semantico sembra ripetersi, come riprendendosi dall’inizio. Nelle fasi più antiche l’unico valore che si affaccia è sempre quello originario, concreto, legato alla creazione e all’infusione dell’alito divino negli esseri viventi. Ciò denuncia che la voce ha subìto una certa contrazione di significato, che le accezioni traslate si sono inaridite e che ha continuato a scorrere in superficie soltanto il flusso principale all’interno dell’alveo artificiale del linguaggio dotto.
La prima testimonianza scritta di a. nella nostra lingua ci è fornita dall’Abate Isaac (verso la metà del sec. XIV) nel contesto religioso della creazione dell’uomo, e quindi con il valore tecnico di ‘infusione dell’anima, trasmissione della vita’.
"E siccome la plasmazione è prima che l’animazione, così l’opere corporali sono prima che l’operazione dell’anima" (Collazione dell’Abate Isaac recata alla sua vera lezione, Roma 1845, p. 111). Viene rimarcata la distinzione tomista tra creazione (plasmazione) dell’uomo e a. Non è molto dissimile l’ambito d’uso nel quale il sostantivo riappare circa due secoli più tardi in Girolamo Mei (1525-1608): "Senza la forza ed attività del primo motore e creatore, non potrebbe esser fatta di bel nuovo capace d’animazione".
Analogamente nei Discorsi accademici (Napoli 1786) di Anton Maria Salvini si afferma: "Essendo connaturale all’animale l’animare, elle a quei corpi che d’animazione sono capaci... s’appigliano" (vol. 3, p. 212).
Ancora nel Dizionario della lingua italiana di Nicolò Tommaseo (1861) si legge: "Tant’è a l’Onnipotente l’animazione d’un insetto, quanto di milioni di miriadi d’universi".
Soltanto molto tempo più tardi il termine a. incomincia di nuovo, quasi improvvisamente, a dilatare la propria sfera semantica, arricchendosi di colorazioni traslate, che in parte già possedeva nel tempo antico, ma che si erano perdute, almeno nei loro riverberi di superficie.
Benedetto Croce, sviluppando un concetto della propria estetica, evoca la parola nel valore metaforico di "infusione di anima, di vita, di significato" in un corpo morto e inerte, per virtù dell’arte poetica. "Dirà ancora [Vico] che la poesia ha per suo fine l’a. dell’animato, essendo il più sublime lavoro di essa indirizzato a dare vita e senso alle cose insensate" (La filosofia di Giambattista Vico, Bari 1911, p. 54). Il Panzini applica il medesimo concetto al paesaggio. "Io mi sentii preso da un mio antico e nobilissimo male. Questo male consiste in una specie d’animazione del paesaggio materiale" (Sei romanzi fra due secoli, Milano 1954, p. 13).
Per sviluppi spontanei di tale senso traslato si giunse alle accezioni più generiche di "infusione di vitalità, di calore", "movimento pieno di vita", "vistosa e rumorosa vivacità", "intenso movimento di folla", "affollamento vivace"; "slancio dell’animo, entusiasmo", "concitazione, eccitazione" (prima attestazione in D’Annunzio, anno 1892; cfr. Devoto-Oli, vol. 1, p. 131).
Pur essendo rimasta sempre viva nella lingua italiana, almeno in uno spicchio dotto di essa, la parola a. ha ricevuto un nuovo impulso verso la fine del secolo scorso, quando alcuni nostri autori l’hanno rivisitata semanticamente, caricandola dei valori riscontrati nella parallela formazione francese animation (GDLI, vol. 1, p. 484; Cortelazzo-Zolli, vol. 1, p. 56). Si tratta dunque di un’importazione soltanto parziale, relativa unicamente al significato, cioè di un contenuto nuovo dentro un recipiente antico. Il sostantivo astratto a., trasparente nella sua ascendenza etimologica e chiaro nella sua struttura compositiva, ha accolto l’innovazione delle proprie valenze senza traumi, cominciando a circolare con una maggiore libertà, così ritoccato, anche negli spazi del linguaggio comune.
In Francia si trovano attestazioni più antiche in tal senso (a partire dal sec. XIV), rispetto alle nostre, fino forse a congiungersi con i valori emergenti nel tardo latino. Anche in questa lingua il termine non è mai stato popolare, ma l’uso che ne hanno fatto i filosofi e soprattutto i naturalisti ha contribuito a dilatarne sensibilmente lo spettro primitivo.
In Bernardin de Saint-Pierre si legge: Elle paraît un des premiers mobiles de la végétation et de l’animation (Harmonies de la nature, vol. 5). Il senso qui è ancora quello di ‘azione di animare’ dall’interno, di ‘manifestazione di vita’.
Più tardi La Mothe Le Vayer riprenderà il termine, riportandolo entro l’alveo di un contesto filosofico: La métempsycose [de Platon], son animation du munde [dont il faisait un animal] (De la Vertu des païens, 2: Platon, Paris 1642).
Le Grand Robert de la langue française avverte come, nel linguaggio corrente, l’antico significato concreto di "azione d’animare", di "comunicare la vita" sia ormai di impiego raro, di reminiscenza letteraria. Fénelon, ad esempio, scriveva: Dieu, de son souffle puissant, a donné l’animation à la matière (1866). Sussiste tuttavia relegato nel linguaggio teologico (e medico), per esprimere la "prima manifestazione della vita umana". L’animation immédiate è riferita alla "teoria secondo la quale l’anima dell’uomo si unisce al corpo a partire dalla stessa concezione", in opposizione ad animation médiate, che vorrebbe l’unione soltanto dopo la formazione del corpo.
Con riferimento all’unione dell’anima al corpo nell’embrione umano, si coniò in Francia il sintagma a. del feto, trasmesso attraverso il linguaggio della medicina e della morale alle altre lingue europee direttamente come calco linguistico o indirettamente come calco semantico.
Altri valori si sono sviluppati secondo uno spettro di sfumature che già conosciamo: "vivacità, colore", "brio, entusiasmo" che si mette in ciò che si dice o si fa (Littré, vol. 1, p. 220).
Il Grand Robert suddivide le accezioni traslate a seconda dei registri entro i quali si inseriscono. Il senso figurato di animation tocca i valori di "attivazione, sviluppo, attività". Come termine corrente nella parlata comune la voce qualifica il "carattere di chi è pieno di vita, di vivacità": l’animation du regard, du teint, du visage, quindi "passione, vivacità, ardore; colore; slancio; fuoco, febbre". In riferimento a un luogo ne sottolinea il "movimento convulso, rapido, il brulicare intenso". I sintagmi animation de la rue, rue animée – "a. della strada", "strada animata" – sono di formazione recente (Bloch - Wartburg, 1960 p. 27).
Un risvolto tecnico, proprio del nostro tempo è rappresentato dal valore assunto da animation per definire il "metodo consistente nel filmare, immagine per immagine, degli oggetti o delle figure fisse, per ottenere, nella proiezione, delle immagini in movimento": animation de poupées, de marionnettes, d’ombre chinoises, de dessins. Si incomincia così a parlare di techniques de l’animation; cinéma (film, long métrage) d’animation.
A partire dal 1972 si inizia a definire animation anche "il metodo di condurre un gruppo, per favorire l’integrazione e la partecipazione dei membri alla vita collettiva" (dinamica di gruppo).
In molti Paesi africani francofoni il significato si è ulteriormente specializzato nell’accezione sociologica di "organizzazione d’attività collettive (come canti, danze ...), destinate a sensibilizzare le masse all’ideologia e alla politica di un regime o di un partito" (groupe d’animation) (cfr. Robert 1, p. 381).
Il grande Lessico etimologico italiano diretto da Max Pfister rileva tre successive stratificazioni riscontrate nella storia della parola a. Riportiamo qui il capoverso, pregevole per la sua stringatezza e la sua precisione. "Vocabolo dotto dal lat. animatio, corrispondente al francese medio animation ‘ira’ (1468 circa, Chastell, Trésor de la langue française [TLF], Paris 1971 ss., vol. 3, p. 42b), catalano animació ‘atto del dare la vita’, spagnolo animación, portoghese animação (dal sec. XVI, G. P. Machado, Dicionario etimológico da lingua portuguesa, Lisboa 1977, vol. 1, p. 259)". Sono distinti i due significati già latini, quello proprio "principio della vita" (Cicerone, cfr. TLL), e quello traslato "ardore, animosità" (Itala, Tertulliano): in quest’ultima accezione le forme italiane risalgono al francese animation "vivacità del sentimento" (dal 1800 circa, mot nouveau Prince de Ligne; W. von Wartburg, Französisches etymologisches Wörterbuch, Bonn 1922 ss., vol. 24, p. 597a), "vivacità, ardore con cui si fa qualcosa" (dal 1845) (LEI 2.1, p. 1359).
Nell’accezione di "ricostruzione cinematografica del movimento in oggetto, ottenuta mediante la ripresa di disegni rappresentanti le successive fasi del movimento stesso" (dal 1970), si tratta, in francese come in italiano, di un anglo-americanismo cinematografico: animation the process of preparing animated cartoons (The American College Dictionary, New York 1947, s.v.).
In Inghilterra il termine è penetrato dalla Francia nel sec. XVI, mentre il corrispondente verbo animate era stato accolto già un secolo prima. Lontana dal centro di irradiazione, dove la parola trovava, nel più chiaro aggancio etimologico e nel più compatto quadro di imbricazioni semantiche, un freno a sviluppi traslati, in area inglese e anglo-americana animation si sentì maggiormente sganciata da remore tradizionali e più libera di assumere valenze innovative. Sulla scorta del verbo animate, che valeva "animare, rianimare; ravvivare; incoraggiare, incitare" (M. Reynolds, vol. 2, 1981 p. 32), anche il sostantivo astratto si sviluppò verso tre valori fondamentali: l. "the act process, or result of animating"; 2. "the condition or quality being animate; liveliness; spirit; vitality"; 3. "the art and process of preparing animated cartoons" (HDEL, p. 52).
Giunti a questo punto, i tre filoni originariamente distinti si intrecciano. La rapidità con la quale corre l’informazione odierna impedisce sovente di conoscere, se non per minime distanze di mesi o di giorni, stabilite sulla base di quotidiani o di registrazioni televisive, in quale Paese venga creata una nuova sfumatura semantica o un nuovo sintagma e se questa si diffonda all’interno in modo diretto o attraverso la mediazione di altre lingue di trasmissione.
Le tre lingue in questione (italiano, francese e inglese) non hanno trovato ostacolo a un’osmosi reciproca nella trasmissione dei contenuti di a./animation, data l’antica radicazione, anche se differenziata, del vocabolo nelle rispettive tradizioni.
Dal punto di vista del registro, si osserva ora un abbassamento a livello anche popolare di un vocabolo rimasto per secoli piuttosto ancorato al linguaggio dotto.
Il Dizionario di parole nuove (1964-1984) di M. Cortelazzo e U. Cardinale (1986) riporta il termine a. quale neologismo, definendone il contenuto come "attività dell’animatore [nel senso qui inteso, anch’esso neologismo] che richiama alla partecipazione attiva i componenti di un gruppo culturale, ricreativo, o simile" (A. Arbasino, dal 1977). Il Corriere della Sera del 13 febbraio 1983 si esprime con giudizio ancora pesantemente negativo nei confronti dell’accatto semantico: "Con uno di quei nomacci inventati nei nostri anni, si chiama a.".
E l’animatore, oltre che "l’autore dei disegni animati", è tanto "la persona che presenta uno spettacolo radiotelevisivo coinvolgendovi gli spettatori", quanto "1a persona che opera per facilitare il compito o il divertimento di un gruppo di studio, di lavoro, o semplicemente attività ricreative" (Cortelazzo - Cardinale, 1986 p. 11-12). In forma provvisoria, inizialmente, per il primo significato si era accolto il crudo anglismo americano cartoonist (p. 38).
Per quale ragione si tratti di un "nomaccio inventato nei nostri anni" non si riesce a comprendere. A. è voce presente da sempre nel nostro patrimonio linguistico e perfettamente acclimatata in esso dal punto di vista della sua struttura, anche se soggetta per l’intera parabola del suo sviluppo alle restrizioni accennate. Se l’accusa di innovazione è invece riferita al contenuto semantico, sarà l’uso a decidere del suo destino. Dal terreno che la voce ha già guadagnato anche nel linguaggio comune non resta difficile dedurre come la sua fortuna sia ormai felicemente segnata.

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Note

Come citare questa voce
Bracchi Remo , Animazione (etimologia), in Franco LEVER - Pier Cesare RIVOLTELLA - Adriano ZANACCHI (edd.), La comunicazione. Dizionario di scienze e tecniche, www.lacomunicazione.it (15/08/2020).
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