Minori e mass media

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Una vetrina associa la moda per adolescenti alla televisione

1. I molteplici approcci

Il binomio media e minori individua un ambito di riflessione che si articola in una pluralità di oggetti di studio e di questioni problematiche messi a fuoco da prospettive disciplinari e metodologiche molto diverse. La relazione tra i due termini, infatti, può generare un ventaglio di piste di ricerca che comprende, almeno, le seguenti:
– l’analisi dell’offerta di prodotti comunicativi destinati al pubblico minorile nel più ampio panorama dell’ industria culturale (che cosa si produce e si distribuisce per i minori?);
– l’analisi del consumo di prodotti comunicativi sviluppato dal pubblico dei minori, anche al di fuori dei prodotti appositamente destinatigli (che cosa i minori finiscono, di fatto, per leggere, vedere, ascoltare?);
– l’analisi del pubblico minorile (delle sue motivazioni, delle sue dinamiche di fruizione, degli usi che fa dei testi mediali) in quanto porzione anagraficamente determinata del più ampio pubblico dei media (quali sono le modalità di consumo tra le fasce più giovani del pubblico dei media? Quali differenze introduce la variabile età nello studio del pubblico?);
– lo studio degli effetti dei media su un pubblico specifico, caratterizzato da una condizione di particolare vulnerabilità legata ai processi, ancora in corso, di costruzione dell’identità personale e di socializzazione e al mancato sviluppo di una strumentazione critica adeguata (domanda classica : i media fanno bene o male ai bambini?);
– lo studio dei modelli e degli stereotipi minorili costruiti e proposti dai testi mediali (quale rappresentazione dell’infanzia/adolescenza è veicolata dai programmi Tv, dai film, dai fumetti, dalla pubblicità?);
– l’insieme delle iniziative realizzate, autonomamente o consensualmente, per legge o in forma di codici deontologici, tanto dall’industria culturale quanto dal pubblico – di norma organizzato in associazioni – per regolamentare e controllare l’esposizione dei minori ai messaggi dei media (istituzione di fasce orarie protette, codici di autodisciplina, Censura) o il trattamento, soprattutto da parte dell’informazione, delle vicende che li vedono protagonisti (per esempio, la cosiddetta Carta di Treviso).
Come si può notare anche da questa parziale ricostruzione della mappa, si tratta di oggetti di analisi che sono stati messi a fuoco, di volta in volta, dalla riflessione sull’industria culturale in termini di domanda e di offerta, dal marketing interessato alla composizione del pubblico, dall’osservazione etnografica dei reali comportamenti di fruizione, dalle ipotesi sugli effetti forti a breve o lungo termine, dalla analisi del contenuto, dall’ etica della comunicazione e dalla deontologia professionale: approcci metodologici o teoretici a loro volta iscritti ora in una prospettiva disciplinare di tipo sociologico, ora pedagogico, ora più latamente comunicativo.
A questa prima considerazione circa la complessità della relazione tra media e minori è, poi, necessario affiancare una seconda osservazione: si tratta, infatti, di un fenomeno che vede giocare al proprio interno variabili che sono già implicite nelle stesse parole media e minori. In sintesi, da una parte si tratta di tenere presente che nessun medium agisce isolatamente e che, dunque, il primo termine della relazione è sempre da intendere come media mix, cioè come l’intera gamma di sollecitazioni comunicative che costituiscono la dieta mediale, quotidiana o meno, del pubblico minorile; dall’altra è necessario considerare tale pubblico in una prospettiva non statica, ma piuttosto come una realtà in divenire che vede attuarsi al suo interno le dinamiche di crescita e maturazione che accompagnano il singolo bambino all’adolescenza e all’età adulta. Il pubblico dei minori è dunque a sua volta frammentato almeno in un pubblico prescolare, un pubblico di bambini, un pubblico adolescenziale o giovanile, i cui componenti scivolano l’uno nell’altro lungo l’asse di quella che è stata definita carriera mediale.
Se sul primo versante di questo binomio si assiste spesso alla riduzione della complessità a vantaggio di un approccio monomediale, centrato sul mezzo che più diffusamente costituisce la base dei consumi culturali in età formativa (oggi la televisione), sul secondo versante, anche a causa di questa riduzione, è frequente limitare l’attenzione a quelle fasce di età che vengono tradizionalmente considerate più deboli (infanzia e preadolescenza), a scapito del più ampio panorama del consumo giovanile e del suo sedimentarsi nell’arco della crescita personale.

2. Un’opzione di sintesi

Il complesso di queste premesse rende evidente la necessità di una opzione di sintesi: quella che suggerisce di affrontare il rapporto tra media e minori come una serie di percorsi possibili che si intrecciano sul medesimo territorio di confine tra l’offerta, differenziata storicamente e diversificata tra un medium e l’altro, di prodotti comunicativi rivolti ai minori, e il consumo che si articola in una dieta mediale altrettanto ampia e diversificata e che vedono come protagonista un soggetto in fieri, sia sul piano individuale che sociale. D’altra parte sembra ovvio che la pertinenza del pubblico minorile a un discorso sui media pedagogicamente orientato derivi proprio dalla sua caratteristica di soggetto coinvolto, insieme agli adulti, nei processi di identificazione personale e di socializzazione.
Ciò significa, in sintesi, tenere presenti due scenari di sfondo, sui quali sviluppare le ulteriori riflessioni: il primo si riferisce alla composizione della dieta mediale minorile come un mix in cui convivono e si integrano reciprocamente, sia in una prospettiva intertestuale, sia in funzione promozionale o paratestuale – cioè come suggerimenti d’uso, regole di interpretazione, rimandi reciproci – televisione, musica giovanile, fumetto, cinema, nuove tecnologie; il secondo ha natura concettuale e definisce con più precisione cosa si debba intendere per socializzazione in un ambiente mediatizzato come è la società italiana di fine secolo.
Questo secondo aspetto, d’altra parte, costituisce probabilmente una chiave di lettura complessiva che permette di collocare i media in una prospettiva corretta rispetto alle posizioni contrapposte, e fin troppo spesso richiamate anche in relazione alla questione pedagogica, degli apocalittici e degli integrati: più che parteggiare per l’uno o l’altro dei due fronti, infatti, sembra urgente chiedersi quale ruolo i mezzi di comunicazione di massa finiscono per esercitare nei processi di sviluppo e di crescita che vedono come protagonisti i minori in relazione con gli adulti/educatori. Più precisamente, ciò significa considerare i media contemporaneamente sotto diversi aspetti:
– come agenti di socializzazione, ora complementari ora concorrenziali con quelli tradizionali, a partire dalla famiglia e dalla scuola;
– come porzione dell’ambiente in cui si gioca l’avventura pedagogica, con tutto quanto ne consegue in termini culturali, sia per l’adulto che per il minore;
– come risorsa socioculturale comune che, a sua volta, chiede la mobilitazione di altre risorse (economiche, temporali, affettive, ecc.).
Da questo punto di vista apparirà, così, più chiaramente come l’importanza dei media e il loro supposto potere si manifestino soprattutto in relazione a una sostanziale debolezza dei soggetti e delle agenzie di socializzazione tradizionali.
Parlare di media mix significa, in questa sede, approfondire alcuni ambiti comunicativi nei quali, con maggiore evidenza, si manifesta la trasversalità e l’intermedialità di questa sfida educativa, a partire proprio dalla Tv generalista che, negli ultimi anni Novanta, se pure sembrava manifestare qualche segno di abbandono da parte del suo pubblico più giovane, ha contribuito a rivestire, all’interno del sistema dei media, un ruolo centrale di coordinamento e di integrazione fra mezzi diversi. Da questo punto di vista, è utile ricordare come il rapporto tra Tv e minori non solo rifletta il divenire storico del mezzo ma rifletta, più ampiamente, le trasformazioni avvenute nel rapporto tra industria culturale e pubblico giovanile, dando corpo, almeno in Italia, a una storia particolare.

3. La ‘Tv dei ragazzi’

La Tv delle origini (quella degli anni Cinquanta e Sessanta) aveva una spiccata intenzionalità pedagogica che traspariva anche dalla programmazione riservata ai minori: la Tv dei ragazzi, nata il giorno dopo l’inaugurazione delle trasmissioni della Rai, nel pomeriggio del 4 gennaio 1954, occupò da subito una buona parte del ridotto palinsesto dell’allora unica rete, con una offerta estremamente ricca e diversificata per fasce d’età (programmi per i più piccini e programmi per gli adolescenti), sesso, generi (non solo fiction, ma anche varietà, giochi, informazione, documentari, dibattiti, prosa).
Una ‘Tv dei ragazzi’ con tali caratteristiche è durata sino alla seconda metà degli anni Settanta, quando le politiche aziendali dell’emittente pubblica cominciarono a mutare, in coincidenza con la crescente concorrenza delle Tv private. Il nuovo quadro, definitosi nel corso degli anni Ottanta, ha visto la Rai e i principali network nazionali sempre più appiattiti in una competizione che punta al primato della quantità (di Audience) piuttosto che alla qualità delle proposte (sostanzialmente allineate dall’una e dall’altra parte). Scomparsa la tradizionale ‘Tv dei ragazzi’, si sono moltiplicati nell’arco del palinsesto giornaliero gli spazi dedicati ai minori con una programmazione costituita in larga misura da fiction (cartoni e telefilm); paradossalmente, la ridotta attenzione verso l’utenza infantile coincide con una proliferazione di programmi dedicati a essa, anche in orari poco ‘canonici’, come la prima serata, o, viceversa, con l’assunzione, di fatto, del pubblico minorile all’interno di quello indifferenziato dei diversi generi televisivi.
In realtà, quella che alle origini era un’attenzione di carattere pedagogico – pur con i suoi limiti e difetti – si è trasformata in attenzione di carattere ‘commerciale’, nel momento in cui ‘commerciale’ è diventata l’anima prevalente della televisione. Così, i programmi-contenitore per ragazzi, presenti su quasi tutte le reti con particolare targettizzazione da parte di quelle private, si rivelano strumenti di strategie comunicative che sovrappongono l’intrattenimento alla pubblicità. Si pensi, a questo proposito, ai numerosissimi spot di giocattoli che reclamizzano pupazzi-copia degli eroi dei cartoni animati e che per questo – ma anche per scritte esplicite quali ‘segui i cartoni in Tv’ – rimandano alla visione del programma corrispondente. Tenuto conto che tali spot vengono trasmessi a ridosso del programma stesso e che quasi sempre utilizzano veri e propri frammenti di questo – montati alternativamente con scene di bambini che giocano – si può facilmente intuire quanto questa strategia contribuisca a creare e mantenere un clima di continuità tra i programmi e gli spazi pubblicitari, quasi non ci fosse più una reale distinzione fra i due.

4. I ragazzi nella Tv generalista

La programmazione per ragazzi – salvo rare eccezioni – risulta allora organica a un ‘curricolo latente’ che già costituisce il piccolo telespettatore nel suo ruolo di consumatore totale: di televisione, come anche di merci e di comportamenti.
Pasolini sosteneva che il linguaggio della televisione è per sua natura fisico-mimico, è il linguaggio del comportamento, il quale può essere "mimato di sana pianta, senza mediazioni, nel linguaggio fisico-mimico e nel linguaggio del comportamento nella realtà". Questa affermazione nella sua sintetica pregnanza – e al di là delle sue facili semplificazioni che riportano a volte la riflessione pedagogica sul mezzo televisivo al paradigma teorico del proiettile magico ( Effetti dei media) – racchiude uno dei segreti del fascino della televisione e dei suoi potenziali rischi: in virtù della sua particolare natura, il linguaggio degli audiovisivi risulta particolarmente coinvolgente, ma anche immediatamente decodificabile. La televisione porta questo linguaggio all’interno dell’ambiente domestico e tende a offrirsi al piccolo telespettatore come un valido strumento di formazione e di educazione al proprio uso: in una parola, la Tv è ‘autoalfabetizzante’ e tende a far saltare i tradizionali sistemi di segregazione per età che permettevano, nelle società tradizionali, una socializzazione progressiva. Questa osservazione risulta particolarmente significativa in relazione all’uso tipico della televisione da parte di bambini e ragazzi che finisce per surrogare il circuito cinematografico di sala, sia in virtù della grande offerta di film nel palinsesto Tv, sia in relazione all’impiego del videoregistratore per la riproduzione di videocassette a noleggio o, sempre più spesso, acquistate a basso prezzo insieme a qualche prodotto editoriale.

5. Musica e giovani

Un altro esempio particolarmente evidente della natura di media mix con cui bambini e ragazzi si confrontano è costituito dalla musica giovanile: lungi dall’essere un semplice prodotto di consumo fatto per soddisfare e, allo stesso tempo, indurre bisogni relativi alla sfera dello svago, secondo schemi e generi predeterminati in partenza, la musica giovanile ( rock, leggera, ‘popular’ che dir si voglia) costituisce un fenomeno culturale sul quale si sono innestate una serie di dinamiche sociologiche che vanno al di là del puro intrattenimento.
La più importante è sicuramente quella della costruzione, attraverso il messaggio musicale, di una identità giovanile che si snoda attraverso appartenenze di gruppo (le cosiddette ‘sottoculture’), trasformazioni del linguaggio (la musica come veicolo di espressioni e sottocodici linguistici; Musica e comunicazione), processi di omologazione o di differenziazione di immagine (apparire in un certo modo e secondo certe mode musicali), dinamiche di esclusione o contrapposizione (la ridefinizione dell’altro nei termini di un gusto o di un consumo musicale diverso). Da questo punto di vista, la musica finisce allora per costituire una sorta di lingua franca, un esperanto in grado di coniugare le mille forme di una cultura giovanile in continua trasformazione.
Molto spesso si tende a sottovalutare il ruolo direttivo e promozionale dei media nel definire il rapporto tra musica e giovani. La diffusione del messaggio musicale è, infatti, tutt’altro che neutra, anzi implica una elaborazione preliminare del messaggio stesso, a cui viene fatto da filtro.
Oltre all’evento-concerto, che più che un medium sembra essere un luogo dell’ esperienza in cui celebra un rito di appartenenza e di aggregazione, il canale più tradizionale di diffusione della musica è la radio. Si tratta, apparentemente, del modo più neutro possibile di diffonderla. In realtà, come è stato osservato da alcuni studiosi, la musica viene esposta a un processo di selezione che fa paragonare i deejay ( Disc jockey) agli opinion leader della teoria della two-step flow of communication: essi non si limitano a selezionare i brani sulla scorta di un insieme di criteri che tengono conto tanto del marketing radiofonico quanto di quello discografico, ma svolgono una funzione di interpretazione, di traduzione e di semplificazione del messaggio stesso, anche attraverso stereotipi linguistici che finiscono spesso per entrare nel linguaggio giovanile.
Analoga è la questione del rapporto tra musica, giovani e Tv. L’incidenza della musica trasmessa in televisione sul costume giovanile va dai programmi per bambini (non solo un grande classico come lo Zecchino d’oro ma anche l’insieme dei contenitori e delle sigle dei cartoni animati) ad alcuni spazi del palinsesto pomeridiano o notturno fino alle reti esclusivamente musicali come Videomusic (tra 1984 e il 1995) e, soprattutto, MTV. In questo caso il tratto comune non è tanto l’interpretazione del messaggio musicale quanto la sua visualizzazione. Protagonista di questa ‘rivoluzione visiva’ della musica è sicuramente il videoclip, e ancora di più le trasmissioni televisive fatte di e con i videoclip, cioè una forma espressiva commista di musica, parole, danza, performance, body-art, videoarte, elaborazioni computerizzate e componenti narrative che fonde funzioni comunicative molto diverse: il clip si presenta, infatti, come un testo autonomo, ricco di componenti di sperimentazione linguistica, ma è insieme un testo promozionale rispetto a un altro prodotto, quello musicale. Una specie di spot, dunque, in cui prodotto e pubblicità si confondono definitivamente.

6. Videogame ed educational

Un discorso a parte meritano, infine, le nuove tecnologie delle comunicazione. In questo caso la musica, attraverso CD-Rom, Internet e così via, si contamina con il videogioco; non c’è soltanto interpretazione o visualizzazione del messaggio trasmesso, ma una vera e propria interazione.
Alla multimedialità che sembra caratterizzare in modo particolare il consumo di comunicazione dei minori, i nuovi media aggiungono, infatti, la categoria dell’ interattività, cioè della simulazione elettronica dell’interazione tra individui; tale categoria sembra enfatizzata soprattutto in due direzioni costitutive della dinamica di crescita, quella ludica e quella dell’ apprendimento. I new media espressamente rivolti al pubblico dei minori possono essere, infatti, compresi in due diversi settori di utilizzo: il settore del gioco, in cui si collocano principalmente i videogame, e il settore dell’educational, dove il ricorso a particolari sistemi informatici consente modalità di apprendimento alternative rispetto ai processi tradizionali.
Il settore dell’intrattenimento – sviluppatosi dalle forme di distribuzione nella versione arcade (per le sale giochi) e, successivamente, per console (per uso domestico), il cui massimo sviluppo si ha negli anni Ottanta, e per PC, soprattutto anni Novanta – in tempi più recenti sta incominciando a sfruttare le potenzialità della Rete: i videogiochi sono così presenti nel pacchetto dei servizi offerti dalla televisione interattiva, oppure vengono resi disponibili in alcuni siti Internet. E l’interattività, grazie alla quale l’utente può ‘dialogare’ con il sistema in modo che a ogni sua azione corrisponda una risposta da parte della macchina, costituisce proprio la caratteristica innovativa dei new media. Si può dunque affermare che i videogiochi costituiscono un esempio centrale dell’evoluzione delle nuove tecnologie, manifestandone le caratteristiche principali.
La possibilità di una comunicazione interattiva tende, però, a potenziare una dimensione individualizzata della fruizione del videogioco, producendo un isolamento del singolo membro dal nucleo di cui fa parte e comportamenti self-centred (eclatante è il caso del videogioco portatile); non bisogna, poi, dimenticare che gli spazi per la libera iniziativa dell’utente promessi e permessi dall’interattività sono, in realtà, vincolati da una serie di regole di interazione prefissate e preordinate dal sistema (in cui la ripetizione degli schemi diviene l’emblema). È, quindi, presente una certa rigidità del sistema che diminuisce la portata della libertà di azione del soggetto.
D’altra parte, molto spesso, i videogiochi possono offrire momenti di fruizione collettiva favorendo occasioni di nuove forme di interazione personale sia in famiglia (tramite l’opzione relativa al numero di giocatori o alla conduzione comune delle strategie di gioco), sia ‘al di fuori’ dell’ambito domestico grazie alle innovative applicazioni che consentono di far giocare in Rete fino a sedici persone contemporaneamente. In questo senso, il videogioco può essere visto come strumento di coesione sociale e di costruzione di autentiche comunità virtuali di giocatori legati da interessi comuni.
Per quanto riguarda in modo particolare il livello contenutistico, anche se l’universo dei videogame è in continua evoluzione, è possibile individuare diverse tipologie di giochi elettronici. Alcuni si rifanno, più o meno direttamente, a pratiche ludiche preesistenti: esistono, ad esempio, videogame che riproducono giochi tradizionali con strutture e regole ben definite (dagli scacchi ai giochi di società), altri che simulano pratiche sportive socialmente diffuse (come, ad esempio, quella del calcio).
Altrettanto interessante è la tendenza a costruire rapporti intertestuali che legano media differenti sulla base di un medesimo genere di riferimento (per esempio il fantasy) o di uno stesso personaggio, come nel caso del fumetto (valga per tutti l’esempio di Dylan Dog) o, ancora più evidentemente, del cinema: da un lato alcuni videogame derivano la loro struttura da alcuni film celebri, dall’altro alcuni film vengo realizzati sul modello del videogioco, sia dal punto di vista formale, sia da quello contenutistico. Si pensi, ad esempio, al film Nirvana (1996) di Salvatores il cui protagonista è un ideatore di giochi elettronici che, per un errore di sistema, si trova a ‘dialogare’ via computer con il personaggio della sua ultima invenzione; da notare, inoltre, come la stessa struttura del film ricalchi un modello di videogioco, tanto che, a partire dalla trama del film, è stato prodotto un vero e proprio gioco elettronico che richiede alcune competenze derivate dalla visione del film.
Particolare attenzione deve essere rivolta a quei videogiochi che mirano a riprodurre avvenimenti di natura bellica o che, in generale, sono basati sull’action. In questo caso, essi incrementano la natura simulatoria e simulacrale della rappresentazione che i media in generale offrono della realtà, costruendo una visione distorta della vita quotidiana. Ad esempio, molti videogiochi hanno ‘anestetizzato’ la morte: si uccide e si muore spesso, così come si può rinascere immediatamente, elettronicamente. Un ulteriore problema è rappresentato dalla rilevazione, in molti videogiochi, di contenuti decisamente negativi per la presenza di violenza, razzismo, demonologia.
In generale, però, i videogiochi possono contribuire a riproporre quegli orientamenti di valore presenti nel sistema sociale e negli altri media: ad esempio, nel caso della simulazione di eventi sportivi, giocare può significare materializzare valori condivisi come il principio della lealtà e del rispetto dell’avversario. È dunque auspicabile una maggiore assunzione di responsabilità da parte dei produttori nell’ideazione di questi giochi destinati a un pubblico di adolescenti.
Per quanto riguarda, invece, il settore dell’educational, le nuove tecnologie possono consentire ai minori di apprendere determinati contenuti seguendo processi alternativi rispetto a quelli tradizionali: dall’autoformazione, tramite particolari programmi didattici su PC, alle lezioni interattive a distanza (applicazione sperimentata, ad esempio, nella scuola dell’obbligo statunitense) e ai sistemi di videocomunicazione che permettono a studenti lontani migliaia di chilometri di colloquiare via PC e di realizzare insieme ricerche approfondite (Open University). Un caso particolare è rappresentato dall’utilizzo di nuove tecnologie che consentono ai bambini ospedalizzati di fruire di una formazione a distanza.

7. Una risorsa per l’educazione

In sintesi si potrebbe convenire sulla natura di risorsa offerta dai new media al gruppo familiare: una risorsa che può essere utilizzata per avviare nuovi terreni di socializzazione, nuovi ambiti di incontro intergenerazionale, nuovi percorsi di reciproca valorizzazione. Tenendo presente un’ultima considerazione: che mai come nel caso dei new media è fondata la metafora ambientale ormai spesso utilizzata anche per la ‘vecchia’ Tv. Essi costituiscono, cioè, un ambiente, come la strada, la scuola, il bar sotto casa: uno spazio sociale, anche se virtuale, una porzione simbolica del nostro mondo in cui si compiono esperienze che coinvolgono l’identità personale e di gruppo, i valori, le regole della convivenza. Come ambiente, essi pongono alla famiglia un nuovo impegno educativo (e autoeducativo): quello di insegnare ai più piccoli come muoversi dentro, giudicando tutto quello che incontrano e trattenendo ‘ciò che vale’.

8. Communication research e minori

Se Tv generalista, musica giovanile e nuove tecnologie costituiscono tre ambiti interrelati di fruizione mediale tipica dei minori, resta da vedere sinteticamente come anche la storia degli studi centrati su questo rapporto evidenzi il passaggio da una attenzione quasi deterministica agli effetti dei media a una maggiore consapevolezza delle dinamiche locali e della complessità dei processi di socializzazione che vedono protagonisti, contemporaneamente, adulti, minori e media.
Si tratta di una storia così diversificata per metodi, obiettivi e premesse e così contraddittoria nei risultati che farne una sintesi completa è impresa quanto mai difficile. Fin dall’inizio della communication research, infatti, lo studio degli effetti dei media su bambini e adolescenti ha costituito uno degli argomenti più affrontati e dibattuti, soprattutto in relazione all’esperienza televisiva. L’interesse degli studiosi si è focalizzato sia sul piano psico-cognitivo sia su quello comportamentale. Volendo tentare una tipologia degli effetti che tenga conto della canonica distinzione tra effetti ‘a breve termine’ ed effetti ‘a lungo termine’, si può dire che per quanto riguarda i primi – sul piano psico-cognitivo – sono stati indagati i meccanismi proiettivi (che hanno considerevoli riflessi sulla formazione di ruoli sociali, quali figure maschili forti, intelligenti, coraggiose e figure femminili delicate, belle e sensibili, e dei riferimenti valoriali) e i meccanismi identificativi (la ricerca di modelli da imitare, facili da trovare in televisione in virtù della carica simpatetica dei personaggi catodici e della loro capacità di coinvolgimento emotivo); sul piano comportamentale le diverse riflessioni – da parte degli studiosi, ma spesso anche da parte della cronaca – si sono raccolti essenzialmente attorno al tema dell’emulazione, le cui ragioni andrebbero ricercate nella natura stessa degli stimoli audiovisivi, a cavallo tra realtà e finzione, nella loro dimensione di riproduzione e rappresentazione insieme.
Per quanto concerne, invece, gli effetti a lungo termine, il discorso si fa più complesso. Sul piano psico-cognitivo sono state avanzate ipotesi sull’inibizione della creatività e la conseguente diminuzione della capacità immaginativa, dovute a un’eccessiva esposizione alla televisione che mostra, fa vedere tutto e non lascia spazio alla fantasia del bambino; sull’atrofia del cerebro-sinistro (emisfero del cervello umano deputato in modo specifico alle funzioni simbolico-astratte come il linguaggio verbale e la concettualizzazione) e la ristrutturazione dei processi mentali; la formazione di un’identità personale debole (per la rappresentazione continua di fuga nel privato, di perdita di responsabilità sociale, di mancata strutturazione del tempo); la scomparsa dell’infanzia (la televisione, e i media in genere, abbattono le barriere del sapere, fanno scomparire la distinzione tra ciò che un adulto sa e quello che un bambino può sapere; la Tv non ha filtri e non fa distinzioni di pubblico); la trasformazione dei ruoli sociali e la trasformazione del linguaggio.
Effetti a lungo termine sul piano comportamentale sono, invece, la trasformazione delle relazioni sociali (soprattutto familiari), la perdita del senso di realtà, l’affermarsi dello zapping non solo come funzione permessa dalla tecnologia, ma anche come pratica sociale, come categoria di pensiero, come comportamento dominato da incostanza, insoddisfazione, volubilità e, infine, la trasformazione dei riferimenti di valore, nell’ottica della semplificazione e dell’omologazione culturale (si pensi alla produzione di cartoon giapponesi e alla loro diffusione planetaria). Fatto curioso, ma anche un po’ sconcertante, è che a proposito di quasi tutti questi effetti ci sono ricerche, più o meno scientificamente condotte, che hanno dimostrato il loro reale prodursi ma anche il contrario. Se, sotto certi aspetti, l’unica certezza sembra proprio essere un’estrema incertezza, tuttavia, da tale incertezza si può far derivare un’acquisizione metodologica importante: la relativizzazione di ogni ricerca al suo contesto (Videodipendenza).
Si tratta di una acquisizione che è stata fatta propria dalla più attuale ricerca microsociologica e qualitativa: infatti, ultimamente sono state abbandonati finalità ‘universali’, campioni statisticamente rappresentativi, ricerche quantitative, a favore di obiettivi meno ambiziosi ma forse, proprio per questo, più abbordabili, di campioni meno estesi, di ricerche che più che alla generalizzazione dei risultati tendono alla ricchezza qualitativa del dato, e che sono in grado di individuare delle tendenze, degli orientamenti, da verificare poi in altre situazioni (Metodologia della ricerca).
È questo lo spirito, per esempio, della ricerca etnografica, di matrice anglosassone, che anche in Italia ha portato i primi contributi nell’ottica di una osservazione del consumo mediale ancorato allo specifico contesto in cui avviene (Etnografia del consumo mediale).
Premessa fondamentale per questa svolta è stato il passaggio – avvenuto nel corso degli anni Ottanta – da una concezione dell’ audience intesa come una massa passiva, un coacervo di individui tutti uguali e similmente influenzabili, a una concezione del pubblico inteso come insieme di persone dotate di una propria personalità, una propria storia, un particolare stato socio-economico e culturale, specifici interessi e desideri e soprattutto uno specifico contesto relazionale e familiare.
Proprio quest’ultimo dato, insieme a tutti gli altri, sembra essere il fattore discriminante per la fruizione mediale; il che dimostra che uno spettatore – e se bambino ciò potrebbe valere ancora di più – non è necessariamente un soggetto bombardato da messaggi e passivamente sottoposto agli effetti nefasti dei mezzi, ma è un individuo che filtra ciò che ‘consuma’ attraverso quella rete di rapporti, di situazioni, di realtà relazionali in cui è inserito.
È evidente che con una prospettiva del genere non è più pensabile di affrontare il problema degli effetti dei media in termini generali: non esiste il consumo televisivo, esistono consumi televisivi, non esiste una famiglia, esistono diverse famiglie, non esiste il bambino, esistono diversi bambini, con proprie storie personali, con proprie capacità e caratteristiche, con specifiche aspettative e desideri, anche nei confronti della televisione e degli altri media. Ma è anche evidente che la questione della socializzazione familiare e scolastica del minore in un ambiente mediatizzato torna così a proporsi con particolare urgenza, sollecitando tanto lo sviluppo di competenze critiche di distanziamento o di riappropriazione dei media, quanto la realizzazione di dinamiche autenticamente relazionali di socializzazione, in cui l’avventura dentro la virtualità multimediale costituisca, per i minori, un’occasione in più di sperimentare la compagnia educativa di genitori e insegnanti.
Educomunicazione; Media education)


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Note

Come citare questa voce
Aroldi Piermarco , Minori e mass media, in Franco LEVER - Pier Cesare RIVOLTELLA - Adriano ZANACCHI (edd.), La comunicazione. Dizionario di scienze e tecniche, www.lacomunicazione.it (06/04/2020).
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