Predicazione

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Trasmettere a tutti gli uomini il messaggio cristiano, predicare la «buona novella», farla conoscere a tutti, in tutti i tempi e in tutti i continenti è il compito fondamentale della Chiesa: «Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo a ogni creatura» (Mc 16,15); «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato» (Mt 28,19-20). È mediante la p. che è possibile rendere partecipi tutti gli uomini della salvezza operata dalla redenzione, chiamandoli a conformare la loro vita all’insegnamento di Cristo. Essa «non solo deve fedelmente trasmettere il messaggio cristiano, ma deve renderlo, oltre che accessibile all’intelligenza, anche aderente alla vita degli ascoltatori. Compito non facile in un mondo così cambiato come il nostro» (D. Grasso, 1973, 456).

Questo compito immenso e difficile, che s. Paolo ha definito come il dovere più grande di ogni cristiano, è il cuore dell’evangelizzazione ed è un dovere che la Chiesa e i cristiani possono compiere in modi differenti. «Il termine evangelizzazione ha un significato molto ricco. In senso ampio, esso riassume l’intera missione della Chiesa: tutta la sua vita infatti consiste nel realizzare la traditio Evangelii, l’annuncio e la trasmissione del Vangelo» (Nota dottrinale su alcuni aspetti dell’evangelizzazione, n. 2).

Le tipologie della p. (dal lat. praedicare: annunciare, lodare, celebrare, ma anche insegnare, ammonire) sono numerose. Nel suo classico testo sulla teologia della p., Domenico Grasso si riferisce alla «trasmissione del messaggio cristiano, prescindendo dalle sue forme» (Grasso 1965, 33). Che sono, realmente, molteplici. Nell’enumerazione che si trova nella Rivista liturgica di novembre/dicembre 2008 se ne trovano ben venti: catechesi, concione, conferenza, discorso, dottrina, elogio, esegesi, fervorino, istruzione, kerigma, omelia, orazione, panegirico, parabola, parenesi, predica, prontuario, sermone, vangelino, trattato. E i documenti conciliari richiamano ripetutamente tutte le forme possibili di p., compreso l’uso dei mass media (con tutti i vantaggi e i limiti connessi alla comunicazione mediatica).

Oggi si può dire che la forma più tipica di p. è costituita dall’omelia, la p. liturgica, in passato riservata soltanto ai discorsi pronunciati dai vescovi nel corso delle celebrazioni liturgiche. Con il rinnovamento liturgico promosso dal concilio Vaticano II è avvenuto, insieme al pieno recupero del termine «omelia», quello della sua importanza. Ma proprio l’omelia presenta, ormai da tempo, una situazione di difficoltà, che tuttavia riguarda nel loro insieme tutte le forme di p. Di crisi generalizzata della p. «si cominciò a parlare nei documenti vaticani a partire dal 1917, anno della promulgazione dell’enciclica Humani generis redemptionem di Benedetto XV» (Sartor, 2012, 15). Si afferma, peraltro, che la p. «ha sempre fatto difficoltà, fin dalle origini cristiane» come ha scritto Enzo Bianchi riportando una serie di riferimenti storici. Tra i più buffi: i diaconi che nel III secolo venivano incaricati di passare tra i fedeli per impedire loro di dormire durante l’omelia e Cesario di Arles che, nella prima metà del VI secolo, ordinò di chiudere le porte della chiesa affinché i fedeli non se ne andassero dopo la lettura del vangelo (Bianchi, 2011, 77-95).

Al di là del valore di queste, e di altre provocazioni (non mancano libri di sacerdoti e di laici carichi di facile ironia), bisogna ammettere che le difficoltà della p., nelle sue diverse forme, chiamano in causa una inadeguata sensibilità verso i problemi della comunicazione e la sua centralità nella vita ecclesiale, le carenze comunicative di sacerdoti e laici, le responsabilità di quanti hanno il compito della loro formazione.

Nessuno, insomma, nega lo stato di crisi della p. e non pochi lamentano l’insufficienza del dibattito sia in rapporto ai suoi contenuti sia, forse in misura maggiore, a ciò che riguarda i suoi aspetti formali ed espositivi. Una insufficienza aggravata dal fatto che lo studio della comunicazione è praticamente scomparso dai seminari, in un mondo nel quale la comunicazione ha fatto passi da gigante, e anche il suo studio ha fatto non pochi progressi.

Si deve ammettere, in definitiva, che esiste una diffusa sottovalutazione o in un’incompleta valutazione dei problemi della comunicazione nell’ambito ecclesiale, benché per la Chiesa la comunicazione costituisca la missione fondamentale.

Di fronte alle difficoltà della p. appare necessaria, anzi indispensabile, una specifica formazione dei predicatori, oggi evidentemente inadeguata, spesso assente o gravemente carente: circostanza tanto più drammatica se si osserva il tumultuoso e caotico mondo della comunicazione, che ha finito per soffocare la capacità di comunicazione di sacerdoti e laici. E ciò accade benché la Chiesa abbia più volte affrontato il problema della formazione dei sacerdoti, anche con riferimento alla p.

1. Un breve sguardo al passato

Tra i grandi predicatori del passato, relativamente meno lontani nel tempo, ne vengono ricordati soprattutto tre: s. Domenico di Guzman, s. Bernardino da Siena e s. Francesco di Sales.

S. Domenico di Guzman (1170-1221) è il fondatore dell’ordine dei predicatori (comunemente noto come ordine dei domenicani). Durante un viaggio dalla Spagna, dove era nato, verso Paesi del nord, sperimentò il contatto vivo coi fedeli e particolarmente con quelli della Francia meridionale, in balia dell’eresia dei catari: questa esperienza suscitò in lui la necessità urgente di annunciare il vangelo, compito fino a quel tempo riservato quasi esclusivamente ai vescovi. Ebbe modo, così, di compiere una fervida attività di apostolato, con dibattiti pubblici, colloqui personali, predicazione, accompagnata da un’intensa vita di preghiera, di penitenza, di povertà e coronata dalla fondazione dell’ordine dei predicatori, approvata ufficialmente da papa Onorio III nel 1216.

S. Bernardino da Siena (1380-1444) è il santo francescano che, oltre a scagliarsi con forza contro la corruzione dei costumi e della Chiesa, a scrivere trattati teologici e a riformare il suo stesso ordine, predicò «con ammirabile ardore», come si legge nel breve pontificio Laudativa nuntia di Pio XII del 1956 che lo proclamò patrono dei pubblicitari italiani. Una proclamazione audace, si potrebbe dire, dal momento che mette insieme l’acqua santa e il diavolo, se si considerano contenuti e forme dell’odierna comunicazione commerciale (che non di rado – tra l’altro – prendono di mira, ponendoli in ridicolo, proprio temi e figure della religione). Sono note particolarmente le sue prediche in volgare, improntate a un rapporto familiare e vivace con l’uditorio, condotte quasi sul filo del dialogo, efficaci negli effetti psicologici, grazie al senso immediato della lingua viva, a una capacità espressiva efficacemente adeguata al cuore e alla mente del popolo, a un linguaggio semplice e vivace, all’uso di parabole, favole, apologhi e novellette, a un bonario umorismo.

S. Francesco di Sales (1567-1622) è stato autore di 3000-4000 sermoni che ebbero grande successo per il linguaggio semplice, ma anche ricco di immagini, elogiato per la capacità di parlare direttamente a ogni singolo ascoltatore. Per le sue capacità come uomo di comunicazione è stato proclamato patrono dei giornalisti, nel 1923, con l’enciclica Rerum omnium di Pio IX. Nella lettera Dives in misericordia, scritta da Pio IX nel 1877 (da non confondere con l’enciclica dallo stesso titolo, scritta nel 1980 da Giovanni Paolo II), si elogia così la sua p.: «Infatti, conoscendosi egli debitore ai sapienti e agli insipienti, adeguandosi a ognuno, procurò di ammaestrare con la semplicità del discorso i semplici e gli impreparati, e tra i sapienti parlò con sapienza. Sopra la qual cosa diede ancora prudentissimi insegnamenti, e ottenne che la dignità della sacra eloquenza, scaduta per il vizio dei tempi, venisse, sull’esempio dei santi padri, richiamata all’antico splendore; sicché da questa scuola uscirono quegli eloquentissimi oratori, dai quali ridondarono in tutta la Chiesa copiosissimi frutti. Perciò egli fu da tutti reputato restauratore e maestro della sacra eloquenza.»

Questi esempi si collocano fedelmente ed efficacemente nella scia di quanto ha indicato Gesù stesso, che ha espressamente inviato i discepoli a far conoscere a tutti ciò che egli aveva comandato, per trasformare l’annuncio salvifico in realtà di vita. Quindi a proporre una p. efficace.

Nello sguardo al passato bisogna naturalmente collocare l’esemplarità della p. nel contesto, non solo religioso, delle diverse epoche. Appare evidente, in altri termini, l’impossibilità di definire un modello atemporale di p. che possa prescindere dalle circostanze concrete in cui essa si colloca: religiose, sociali, culturali. Una difficoltà che si ripropone, per ogni forma di p., anche rispetto alle effettive assemblee di riferimento.

2. La predicazione nella Evangelii gaudium

Il segreto fondamentale della p. efficace risiede nella sua preparazione, remota e attuale. Lo ha ribadito papa Francesco nelle considerazioni sull’omelia, uno dei temi principali trattati nella sua prima esortazione apostolica, l’Evangelii gaudium emanata il 24 novembre 2013 alla chiusura dell’Anno della fede. Tali considerazioni si possono ben riferire a tutte le forme di p.

Richiamandosi ripetutamente all’Evangelii nuntiandi di Paolo VI (1975), il pontefice ha affermato che «Un predicatore che non si prepara non è “spirituale”, è disonesto e irresponsabile verso i doni che ha ricevuto» (n. 145). Nel prepararsi, il predicatore deve «porsi in ascolto del popolo, per scoprire quello che i fedeli hanno bisogno di sentirsi dire» e ricordarsi anche dell’importanza del «come»: «Alcuni credono di poter essere buoni predicatori perché sanno quello che devono dire, però trascurano il come, il modo concreto di sviluppare una predicazione». Francesco ribadisce la necessità di «prestare tutta l’attenzione al testo biblico, che dev’essere il fondamento della predicazione» (n. 146), tenendo presente la diversità del suo linguaggio rispetto a quello che utilizziamo oggi (n. 147). La predica, aggiunge ancora, «può risultare incomprensibile per il suo disordine, per mancanza di logica, o perché tratta contemporaneamente diversi temi» e raccomanda «unità tematica, un ordine chiaro e connessione tra le frasi, in modo che le persone possano seguire facilmente il predicatore e cogliere la logica di quello che dice» (n. 158). «Una buona omelia […] deve contenere un’idea, un sentimento, un’immagine», e a proposito di immagini Francesco aggiunge, esemplificando: chi predica deve «imparare ad usare immagini», a «parlare con immagini».

A volte si utilizzano esempi per rendere più comprensibile qualcosa che si intende spiegare, però quegli esempi spesso si rivolgono solo al ragionamento; le immagini, invece, aiutano ad apprezzare ed accettare il messaggio che si vuole trasmettere. Un’immagine attraente fa sì che il messaggio venga sentito come qualcosa di familiare, vicino, possibile, legato alla propria vita. Un’immagine ben riuscita può portare a gustare il messaggio che si desidera trasmettere, risveglia un desiderio e motiva la volontà nella direzione del Vangelo. Una buona omelia, come mi diceva un vecchio maestro, deve contenere «un’idea, un sentimento, un’immagine» (n. 157).

Agli aspetti formali della p. aveva fatto riferimento un documento della Congregazione per il clero che definisce il sacerdote «maestro della Parola». E si preoccupa del modo in cui egli deve (dovrebbe) esserlo (anche) in termini tecnici, professionali: «Viviamo nell’era dell’informazione e della rapida comunicazione, in cui siamo tutti abituati ad ascoltare e a vedere apprezzati professionisti della televisione e della radio. In un certo modo, il sacerdote, che pure è un particolare comunicatore sociale, entra in pacifica concorrenza con essi dinanzi ai fedeli quando trasmette un messaggio, il quale richiede di essere presentato in maniera decisamente attraente. Oltre a saper sfruttare con competenza e spirito apostolico i «nuovi pulpiti», che sono i mezzi di comunicazione, il sacerdote deve, soprattutto, fare in modo che il suo messaggio sia all’altezza della Parola che predica. I professionisti dei mezzi audiovisivi si preparano bene per compiere il loro lavoro; non sarebbe certo esagerato che i maestri della Parola si occupassero con intelligente e paziente studio a migliorare la qualità «professionale» di questo aspetto del ministero. Oggi, ad esempio, in vari ambiti universitari e culturali sta ritornando l’interesse per la retorica; occorre risvegliarlo anche tra i sacerdoti, unitamente all’umile e nobilmente dignitoso modo di presentarsi e di porsi» (Il presbitero, maestro della parola, II, n. 2).

3. Predicazione e comunicazione

Il problema del linguaggio e dello stile della comunicazione, vale a dire gli aspetti “tecnici” della p., rimandano ai suggerimenti del public speaking, ma richiedono principalmente una seria riflessione sul significato che deve assumere la parola «comunicazione» nell’ambito della p. Non semplice trasmissione di informazioni, di «messaggi», tanto meno tentativo di imporre idee o comportamenti, magari facendo leva semplicemente sul meccanismo della ripetizione, ma atto fondamentale con cui è possibile creare e mantenere relazioni e costruire comunità, la cui finalità è, quindi, quella del rispetto, del servizio, dell’amore per i fratelli: «La comunicazione umana si realizza pienamente solo quando tutti i soggetti coinvolti hanno reali spazi di partecipazione e di intervento: non è attivo solo colui che propone il messaggio, lo è in forma altrettanto efficace colui che accetta di entrare in dialogo per ricostruire (= ricodificare) il contenuto stesso della comunicazione» (Lever, 2011, 20).

«Questo modo di pensare, naturalmente, non ignora le differenze di autorità o di preparazione tra coloro che partecipano alla comunicazione; sa però che il messaggio realmente accolto è soltanto quello a cui il cosiddetto ricevente ha partecipato in forma attiva, non fosse altro che esprimendo un bisogno, una domanda, un’invocazione. Un vecchio adagio esprime bene la sostanza di quanto si cerca di dire: una risposta è tale solo quando c’è stata una domanda; se la domanda non è stata espressa, l’interlocutore non sa di che cosa si parli e considera la «risposta» parole insignificanti» (Lever, 2011, 20).

Riferendosi alla p. dei laici, Paola Bignardi ne ha indicato alcune caratteristiche fondamentali. Ad essa, insieme a un’interpretazione credente e competente della sacra Scrittura, si deve chiedere:

  • la capacità di far percepire la bellezza della vita vissuta da cristiani: «Un annuncio di umanità, che in Gesù trova la sua pienezza. Parole che diano la fierezza umile di essere cristiani e che al tempo stesso suscitino il desiderio di vivere secondo quella Parola, di accoglierla, di prenderla come punto di riferimento dell’esistenza»;
  • l’uso di un linguaggio caldo, che interpella, provoca, coinvolge, fa sentire che quella parola è detta per noi, lascia trasparire vicinanza e comprensione;
  • «discorsi che diano la possibilità a ciascuno di capire secondo il proprio livello di cultura e con una comprensione non intellettualistica, ma piuttosto attraverso una penetrazione della Parola che aiuti a vivere e che lasci trasparire dietro di sé non la curiosità dello studioso, ma gli interrogativi del discepolo e della comunità credente» (Bignardi, 2008, 43-44).

Riemerge il fondamentale tema dell’ascolto, che non deve limitarsi al pur fondamentale riferimento alla Parola, ma estendersi alla realtà sociale e culturale e ai destinatari, alle loro necessità, alle loro attese, alle loro capacità di comprensione, secondo l’ammonizione di Paolo VI: «L’evangelizzazione perde molto della sua forza e della sua efficacia se non tiene in considerazione il popolo concreto al quale si rivolge, se non utilizza la sua lingua, i suoi segni e simboli, se non risponde ai problemi da esso posti, se non interessa la sua vita reale» (Evangelii nuntiandi, n. 63).

La vicinanza da parte di chi predica ai problemi concreti con i quali devono misurarsi i fedeli è ribadita efficacemente anche in un documento della Congregazione per il clero: «Il ministero della Parola non può essere astratto o lontano dalla vita della gente; al contrario, esso deve far diretto riferimento al senso della vita dell’uomo, di ogni uomo e, quindi, dovrà entrare nelle questioni più vive che si pongono alla coscienza umana» (Direttorio per il ministero e la vita dei presbiteri, 1999, n. 45).

Nelle sue diverse forme, la p. può trarre vantaggio anche dall’attenzione verso altre forme di comunicazione che circolano fuori dalle celebrazioni liturgiche, alla ricerca di un linguaggio adeguato ai fini dell’efficacia comunicativa. Non si tratta, in altri termini, di considerare i messaggi circolanti soltanto in relazione alle loro possibili influenze, ma di studiarne anche le forme, spesso più attente alle esigenze dell’efficacia rispetto a quelle della p.

Quest’attenzione può venire anche in aiuto della creatività, come innovazione nell’impostazione e nella forma del processo comunicativo, sempre più necessaria all’efficacia di qualsiasi forma di comunicazione, insidiata dalla circolazione di un’infinità di messaggi, e soprattutto da quelli mediatici. Se guardiamo, ad esempio, alla comunicazione commerciale, ci rendiamo conto che essa fa leva soprattutto su quattro fattori:

  • l’elevata professionalità di molte «campagne»;
  • un linguaggio accattivante;
  • l’invadenza e l’intrusività;
  • la ripetitività sistematica dei messaggi.

Sul livello di professionalità, il documento della Congregazione del clero del 19 marzo 1999 non ammette dubbi, a partire dal titolo: «Il presbitero, maestro della Parola, ministro dei sacramenti e guida della comunità in vista del Terzo millennio cristiano». In quanto nel 2002 dal Dipartimento della funzione pubblica della Presidenza del Consiglio dei ministri: «Il dialogo con i cittadini richiede un ulteriore passo avanti. Nello stile e nella mentalità. Logiche e modi di esprimersi lontani dalla percezione comune sono oggi inaccettabili. Le pubbliche amministrazioni devono comunicare con veridicità e trasparenza. Devono perciò pensare, parlare e scrivere con chiarezza. Sempre. [...]
Quando ci rivolgiamo a tutti, dobbiamo pensare al destinatario meno istruito. Per il lessico è necessario: scegliere le parole del linguaggio comune; preferire le parole brevi; ridurre i termini tecnico-specialistici; rinunciare a perifrasi non necessarie; rinunciare ad arcaismi, neologismi, latinismi». Il presbitero deve adempiere un impegno di formazione teologica e spirituale «ineludibile ed enorme» e l’esercizio del ministero della Parola si deve realizzare «con la massima perfezione umana possibile».

Il documento propone anche due specifiche domande per la riflessione in proposito: 1) esiste la preoccupazione di agire «con la maggior professionalità possibile?»; 2) nei corsi di formazione permanente del clero si presta attenzione al perfezionamento dell’annuncio della Parola nelle sue diverse forme? Vi è anche una domanda di carattere generale sull’impegno per la proclamazione della Parola, se esista cioè «la consapevolezza dell’importanza di formare professionalmente persone (sacerdoti, diaconi permanenti, religiosi, laici) capaci di realizzare a un alto livello questo aspetto chiave dell’evangelizzazione della cultura contemporanea che è la comunicazione?».

Ne deriva un fondamentale riferimento al linguaggio: non solo quello verbale, ma anche quello paraverbale e quello cinesico e prossemico. Riferendosi, all’omelia, il Sinodo dei vescovi sulla Parola, ha raccomandato un linguaggio «nitido, incisivo e sostanzioso», capace di attualizzare la Parola «nei tempi e nei momenti vissuti dagli ascoltatori» (Messaggio al popolo di Dio della XII Assemblea ordinaria del Sinodo dei vescovi, n. 20).

A sua volta, l’attualizzazione come riferimento alla vita dei fedeli in ascolto obbedisce a una concezione di autentico servizio: Essa consiste nel produrre una situazione nella quale l’orizzonte storico testimoniato dalle Scritture e l’orizzonte entro il quale noi viviamo oggi si aprano l’uno all’altro, così che ci sentiamo protagonisti della storia santa, avvertita come storia nostra, che ci riguarda (Biscontin, 2008, 17).

Per concludere le considerazioni sull’utilità di essere attenti alle modalità della comunicazione commerciale, appare scontato affermare che l’invadenza e l’intrusività non possono certo essere invocate nella p., ma vale il richiamo all’opportunità di poter parlare a un pubblico che si forma ogni domenica, la cui disponibilità farebbe felice qualsiasi pubblicitario. Quanto, infine, alla ripetitività, non si tratta di imitare il fastidioso, condizionante e spesso repellente carattere della comunicazione pubblicitaria, ma di tener conto – e ancora una volta riemerge il problema dell’ascolto – di ciò che i fedeli comprendono, ricordano, mettono in pratica. La ripetitività pubblicitaria è resa possibile dalla brevità dei messaggi e dalla prepotenza degli inserzionisti e dei media che ne diffondono i messaggi e l’omelia non può certo competere su questo piano, anche se si deve tener conto di uno stile comunicativo diffuso che privilegia i messaggi brevi se non brevissimi. Si può invece operare secondo criteri di continuità, di sistematicità, di scelta tematica programmata nel tempo, che consentono maggiori occasioni di approfondimento e sono in grado di favorire una migliore memorizzazione e magari il desiderio di proseguire personalmente il confronto con la Parola come riferimento nella pratica di vita.

Sempre nel mondo dell’impresa si è affermata la concezione della comunicazione integrata: il ricorso combinato a diverse modalità o forme di comunicazione per raggiungere con efficacia i target prefissati. Anche l’omelia dev’essere vista nel quadro complessivo delle attività di comunicazione offerte dalla parrocchia, non già come momento isolato nella vita comunitaria, a volte incapace di inserirsi in modo adeguato nella stessa celebrazione della messa, di rispondere a criteri di «regia liturgica» (collegamenti con le monizioni e con altre parti del rito).

Appare importante, a tale proposito, l’adozione di una «strategia generale» della comunicazione nella vita comunitaria che già viene praticata in diverse parrocchie: ogni parrocchia dovrebbe programmare la propria azione secondo i periodi dell’anno liturgico, facendo in modo che tutte le sue attività (catechesi, cicli di conferenze, cicli di film, omelie, teatro, persino lo sport) contengano un rinvio di coerenza con il tema-guida di un certo periodo. Del resto è quanto fa la CEI quando dice che il decennio attuale è dedicato al tema dell’educazione. Esempi interessanti di queste strategie vincenti sono la campagna della fraternità della Chiesa brasiliana e la campagna quaresimale (Fastenzeit) della Chiesa tedesca.

4. Il Direttorio Omiletico

Nel 2015 la Congregazione per il Culto divino e la disciplina dei Sacramenti ha pubblicato il Direttorio Omiletico, che era stato promulgato il 29 giugno 2014.

Il documento era invocato da tempo. Tra le propositiones approvate a conclusione della XII Assemblea ordinaria del Sinodo dei Vescovi su «La parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa» (2008) era stata formulata, per superare le difficoltà dell’omelia ormai da tempo lamentate (ad esempio dal Sinodo dei Vescovi del 1971), la richiesta di un «direttorio sull’omelia», vale a dire un testo-guida per i celebranti, per «esporre, insieme ai principi dell’omiletica e dell’arte della comunicazione, il contenuto dei temi biblici che ricorrono nei lezionari in uso nella liturgia» (Elenco finale delle proposizioni, Proposizione 15).

Accogliendo l’istanza dei vescovi, Papa Benedetto XVI nella Esortazione apostolica Verbum Domini (2010) aveva sollecitato le “autorità competenti” a emanare «strumenti e sussidi adeguati per aiutare i ministri a svolgere nel modo migliore il loro compito, come ad esempio un Direttorio sull’omelia, cosicché i predicatori possano trovare in esso un aiuto utile per prepararsi nell’esercizio del ministero» (Verbum Domini, 59). Già nell’Esortazione apostolica Sacramentum caritatis (n. 46) Benedetto XVI aveva indicato la “necessità di migliorare la qualità dell’omelia” e il dovere della preparazione da parte dei sacerdoti.

Da ultimo, come si è già visto, è giunto lo stimolo di Papa Francesco, che nell’esortazione Evangelii gaudium ha dedicato ben 25 paragrafi al tema dell’omelia (nn. 135-144) e 15 alla preparazione della predicazione (nn. 145-159). Il Papa ha fatto riferimento al Direttorio nel corso dell’incontro con il clero romano il 19 febbraio 2015, dedicato proprio all’omelia, richiamando il magistero dei Papi in materia. Nello stesso incontro il Pontefice ha particolarmente raccomandato una pastorale liturgica di formazione sia per seminaristi e sacerdoti, sia per il popolo di Dio.

Lo studio del documento dovrebbe ora trovare un posto privilegiato nell’ambito della formazione sacerdotale, in armonia con quello specifico della comunicazione, del quale appare urgente la necessità, come materia obbligatoria, nei piani di studio dei Seminari. Si veda in proposito la Proposizione 32 approvata dal Sinodo dei vescovi del 2008 sulla Parola di Dio, che ha invocato «l’intensificazione, durante gli anni del seminario, della formazione alla predicazione e la vigilanza sulla formazione permanente durante l’esercizio del ministero, cosicché l’omelia possa interpellare coloro che ascoltano (cfr. At 2,37)».

Nell’Introduzione del Direttorio si richiama la natura unica della predicazione nel contesto della sacra liturgia secondo le indicazioni del Concilio Vaticano II e viene enunciata come finalità del Direttorio quella di «presentare lo scopo dell’omelia come è descritta nei documenti della Chiesa» – il riferimento fondamentale è rappresentato dalla costituzione Sacrosanctum Concilium (35,2) – e di «offrire una guida basata su queste fonti in modo da aiutare gli omileti a compiere correttamente ed efficacemente la loro missione». Sempre nella parte introduttiva sono sottolineati «quattro temi di immutata importanza, brevemente descritti nei documenti conciliari»:

  • il posto della parola di Dio nella celebrazione liturgica;
  • i principi dell’interpretazione biblica cattolica enunciati dal Concilio, che trovano una particolare espressione nell’omelia liturgica;
  • le conseguenze di questa comprensione della Bibbia e della liturgia per lo stesso omileta, «il quale deve modellare ad essa non solo il suo approccio nel preparare l’omelia, ma anche la sua intera vita spirituale;
  • «i bisogni di coloro a cui è rivolta la predicazione della Chiesa, le loro culture e situazioni di vita».

All’introduzione fanno seguito le due parti fondamentali del documento (in 156 paragrafi) e due appendici. Nella prima parte – L’omelia e l’ambito liturgico – si descrivono la natura, la funzione e il contesto peculiare dell’omelia e alcuni aspetti che la qualificano: in particolare il ministro ordinato a cui compete, il riferimento alla Parola di Dio, la sua preparazione prossima e remota, i destinatari. Nella seconda – Ars praedicandi – sono «esemplificate le coordinate metodologiche e contenutistiche che l’omileta deve conoscere e di cui deve tener conto nel preparare e pronunciare l’omelia», come si mette in luce nel Decreto di promulgazione del Direttorio. «Lo scopo di questa parte seconda del Direttorio omiletico è di proporre esempi concreti e suggerimenti per aiutare l’omileta a mettere in pratica i principi presentati in questo documento, considerando le letture bibliche indicate nella liturgia attraverso la lente del mistero pasquale di Cristo, morto e risorto. Non sono modelli di omelie ma abbozzi che propongono modi di accostare temi e testi nel corso dell’anno liturgico» (par. 39). In buona misura si tratta di suggerimenti che caratterizzano i migliori sussidi omiletici pubblicati da varie case editrici.

Le due appendici, infine, riguardano, rispettivamente, i riferimenti del Catechismo alle letture bibliche delle domeniche e delle solennità e le fonti ecclesiali post-conciliari rilevanti sulla predicazione. Nella prima appendice, poi, sono indicati i riferimenti ai documenti più importanti «al fine di mostrare come gli intenti del Concilio si sono in parte radicati e approfonditi nel corso degli ultimi cinquant’anni» e, nella seconda. le fonti ecclesiali post-conciliari rilevanti sulla predicazione.

Il Direttorio, come si è detto, riprende le note indicazioni del magistero sulla natura, la funzione e il contesto peculiare dell’omelia e alcuni aspetti che la qualificano, richiamandosi ampiamente alla parte dell’Evangelii gaudium di Papa Francesco, ma riduce al minimo le indicazioni “pratiche”, dal momento che - ha osservato lo stesso P. Corrado Maggioni, Sotto-Segretario del Dicastero per il Culto divino nel corso della conferenza stampa (24 aprile 2015) di presentazione il 10 febbraio 2015 - «non si è toccato l’ambito rilevante della comunicazione, dell’oratoria, del come parlare in pubblico», precisando successivamente in risposta ad una domanda della giornalista Chiara Santomiero: «Il direttorio privilegia il “cosa” dire e il “perché” dirlo; abbiamo scelto di non affrontare il tema di “come” dirlo per non appesantire la trattazione. Tuttavia un prete o uno che si prepara a diventarlo dovrebbe imparare come si parla in pubblico e come interessare le persone, non per il gusto di attrarle, ma per far passare più efficacemente ciò che intende dire. Di solito un giovane prete, su questi aspetti, si trova allo sbaraglio e impara strada facendo. Qualche strumento conoscitivo su come funziona o non funziona la comunicazione, invece, aiuterebbe il sacerdote a far sì che ciò che ha da dire esca dal suo cuore e raggiunga effettivamente i fedeli» (vedi 7, 10, 15 minuti? Quanto deve essere lunga l’omelia in Aleteia.org, visitato il 24 aprile 2015).

5. Conclusioni

Predicare è difficile. Lo riconosceva anche Giovanni XXIII, rivolgendosi ai parroci di Roma il 19 febbraio del 1960: il predicatore «deve sforzarsi di assommare in sé le doti del maestro, dell’educatore, dello psicologo. Deve saper attirare l’attenzione dei fedeli, guidare il sentimento, penetrare nelle coscienze, esporre la verità in forma convincente e graduale» (Allocuzione ai parroci).

La p., in altri termini, non deve limitarsi a «trasmettere». Pierre Babin, riferendosi all’uso dei mezzi audiovisivi da parte dei sacerdoti, ha scritto che parlare di semplice trasmissione del messaggio di Cristo è riduttivo, insufficiente, per non dire inaccettabile nell’azione pastorale: significa identificare il messaggio con la sua formulazione dottrinale. «Quando i preti di oggi parlano di messaggio, essi intendono in genere un insieme di verità, dogmi e leggi morali di cui sono depositari per funzione e formazione. Il messaggio non è altro che pensiero che va verso il pensiero; è contenuto intellettuale; è la Verità contenuta nel dogma, nel catechismo. Esso viene così ridotto al suo solo aspetto intellettuale. Un tal modo di vedere può facilmente spiegarsi con dieci anni di formazione scolastica e teologica» (Babin, 2002, 1011).

L’importanza evidente del contenuto dell’evangelizzazione non deve quindi nascondere l’importanza delle vie e dei mezzi. Questo problema del «come evangelizzare» resta sempre attuale perché i modi variano secondo le circostanze di tempo, di luogo, di cultura, e lanciano pertanto una certa sfida alla nostra capacità di scoperta e di adattamento (Evangelii Nuntiandi, n.40).

E, sostiene ancora Babin, «Nel vangelo comunicare non significa comprendere intellettualmente un discorso, ma seguire Gesù e diventare “uno” come lui». Il che comporta un’attenzione particolare anche alla nuova cultura plasmata o comunque fortemente condizionata dai media, che esalta il valore dell’emozione, dell’affettività: «Una delle condizioni per l’ingresso del cristianesimo nel sec. XXI è l’integrazione dei sentimenti, dell’emozione e dell’immaginazione nella vita cristiana e nella cultura. Equilibrare il lato destro e sinistro del cervello, amare il proprio corpo, apprezzare la propria sensibilità, saper vibrare e far vibrare: non si può essere medium della propria gente senza questa qualità. Il linguaggio del cristianesimo, preciso e rigoroso, continua a essere necessario, ma non basta più. Il prete dev’essere l’uomo dei punti fermi e della morale, ma – nell’epoca dei walkman e della techno – egli dovrà soprattutto essere uomo di cuore, partecipe attivo delle vibrazioni della sua gente».

L’elemento fondamentale della p. lo indica Gesù stesso dando il mandato ai suoi discepoli di portare l’annuncio a tutti i popoli, insegnando loro a osservare tutto ciò che egli aveva comandato. Fine ultimo della p. è, dunque, trasformare l’annuncio salvifico in aiuto alla conversione: che non implica necessariamente un improvviso cambiamento radicale di vita (come accadde a Paolo sulla strada di Damasco), ma il continuo impegno ad assumere uno stile di vita fedele all’insegnamento di Gesù. E la p. voluta da Gesù insegna ad amare prima di dettare precetti che, altrimenti, restano incompresi e destinati al fallimento. Neppure l’acutezza teologica ed esegetica è indispensabile. La chiarezza sì. Insieme all’afflato pastorale, alla sensibilità antropologica, al desiderio di vicinanza, di sintonia con l’esperienza, con i bisogni e le attese di chi ascolta: la capacità di toccare il cuore in profondità, di animare la vita di chi riceve la Parola: «La nostra gente si accorge se parliamo col cuore, se cioè dentro di noi freme di vita quella Parola che prima impegna il cuore, la mente e poi il nostro dire» (Martini, 1991, 99).

Bibliografia

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  • SARTOR Paolo, Martini: l'avventura del predicare. Con una scelta di omelie inedite tenute dal cardinale a Gerusalemme, Centro Ambrosiano, Milano 2005.
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  • ZANACCHI Adriano, Salvare l'omelia, Edb, Bologna 2014.

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Come citare questa voce
Zanacchi Adriano , Predicazione, in Franco LEVER - Pier Cesare RIVOLTELLA - Adriano ZANACCHI (edd.), La comunicazione. Dizionario di scienze e tecniche, www.lacomunicazione.it (29/11/2021).
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