Cristo comunicatore

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Il ritorno del figliol prodigo, Rembrand, 1669, Museo dell’Ermitage di San Pietroburgo
Il documento postconciliare Communio et Progressio afferma che Gesù Cristo è il perfetto comunicatore (n. 11). Questa voce intende chiarire e approfondire il senso di tale affermazione.

1. Le forme privilegiate

Sono tre le modalità comunicative tipiche di Cristo: le parabole, i miracoli, le controversie.

1.1. Le parabole.
Gesù anzitutto comunicava avvalendosi del discorso figurato, specificamente in parabole. Se ne contano una cinquantina suddivise in parabole del Regno, della misericordia, della vigilanza. Per lui la parabola, il parlare figurato, è una mediazione costitutiva del suo annuncio. In esso sono intrecciati quattro scopi-nodi, che bene specificano il potenziale comunicante di Cristo.

a) Il primo è di ordine didascalico. La parabola è un paragone prolungato che aiuta a comprendere di più il discorso astratto. È tipico della tradizione biblica (sapienziale). Parla con la semplicità delle cose, del quotidiano: una donna che cerca la moneta perduta, un pastore la sua pecora, un seminatore che semina, un pescatore che pesca, ecc.

b) Ovviamente a Cristo non interessa far conoscere l’arte della semina, quanto piuttosto, come è proprio dell’immagine, rimandare oltre, e nel nostro caso, a Dio, al regno di Dio. Per Gesù comunicare Dio non può avvenire che attraverso lo specchio delle creature, le quali rimandano quasi spontaneamente a Dio. La sua trascendenza lo rende non nominabile, non catturabile (vedi il demonio a Cafarnao: "So chi tu sei..." – Luca 4,34); rimane oltre. Per Gesù il regno di Dio è come un seminatore, è come una manciata di lievito.

c) Il terzo tratto comunicativo di Gesù fa seguito al precedente: le parabole, proprio per il mistero che socchiudono, non possono essere piatte fotografie di una sorta di Dio-Ufo. Devono stimolare la domanda. A ciò porta una caratteristica tra le più segnalate delle parabole di Gesù: la paradossalità, per cui il racconto, così quotidiano e scontato, assume una impennata che va oltre la facciata. Perché il seminatore sparge seme su sassi, spine, strada? Come può un pastore abbandonare novantanove pecore "nel deserto", per cercarne una, rischiando di perdere le altre? Come può essere così preziosa una perla, che fa vendere a un uomo tutto quello che ha? In fondo non ha un po’ di ragione il figlio maggiore rispetto al fratello così prodigo, o gli operai della prima ora nella vigna rispetto a quelli dell’ultima?
Si vede che Gesù dice Dio, propone il lato religioso della vita, per far discutere, ricercare ancora; invita a non fidarsi dell’annuncio esterno, materiale, finché non è diventato ascolto umile dello Spirito di Dio. Il Regno è un avvenimento che non cessa di venirti incontro: ma Dio non lo sai se non te lo domandi sempre.
Chiaramente qui siamo a un livello strano di comunicazione: normalmente dico una parabola, faccio un paragone per risolvere un problema, rispondere a una domanda, spiegare; qui invece il racconto serve a suscitare la domanda, creare problemi: "Chi ha orecchi da intendere intenda" (Marco 4, 9).

d) la parabola di Gesù attinge un quarto scopo, detto brutalmente così: "Quando poi fu solo, i suoi insieme ai Dodici, lo interrogavano sulle parabole. Ed egli disse loro: A voi è stato confidato il mistero del regno di Dio; a quelli di fuori invece tutto viene esposto in parabole, perché guardino, ma non vedano, ascoltino, ma non intendano, perché non si convertano e venga loro perdonato" (Isaia 6, 9-10) (Marco 4, 10-12).
Passo difficile, indurito dallo stile semitico che fa risalire tutto a Dio. Quello di Gesù è un giudizio storico, che si basa su dati di fatto, rifacendosi al profeta Isaia. Di fronte all’annuncio di Gesù, come ieri del profeta, la parabola, cioè l’unico modo di parlare autenticamente di Dio, non trova ascolto sincero in uditori chiusi in se stessi come erano certi capi del popolo di Dio, non suscita in loro interesse, non provoca domande, per cui questo tipo di persone resta prigioniero dell’involucro esteriore della parabola: la gusta emotivamente, ma non la comprende per quello che è, un segnale della verità che Dio intende donare. È come chi sentendosi dire «ti voglio bene come tu fossi un bel giardino» si blocca sulla bellezza del giardino senza andare alla motivazione profonda, cioè all’«amore che ho per te». È il peccato di Adamo e di Eva che del giardino, primordiale metafora dei doni di Dio, tentano di impadronirsene come luogo di auto-affermazione, invece di considerarlo specchio di un grande dono. La comunicazione di Cristo può essere bloccata dalla superficialità, da una comprensione materiale. Per superare questa insidia, ai discepoli che "lo interrogavano sulle parabole" (Marco 4,10), Gesù "in privato spiegava ogni cosa" (Marco 4,24), attuando così l’altra sua affermazione, "(soltanto) chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto" (Matteo 7,8).

1.2. I miracoli.
Una seconda forma comunicativa di Gesù sono i miracoli, questi gesti potenti che risuonano come parole forti del Vangelo. Ne sono ricordati una quarantina. Tralasciando le questioni del fatto, chiediamoci che linguaggio siano e quindi quale potenziale comunicativo abbiano i miracoli di Gesù.
Il significato del miracolo, della comunicazione tramite miracoli, è evidente: il regno di Dio è qui, la misericordia di Dio esplode letteralmente sotto la dura scorza del male, e investe la totalità della persona, nel suo corpo e nella sua anima, come è nel caso del paralitico guarito e perdonato (Marco 2, 1-12), dell’indemoniato sano e libero (Marco 5, 1-19), di Bartimeo cieco fuori (Marco 10, 46-52) e di Zaccheo cieco dentro (Luca 19, 1-10), di Lazzaro, morto nel corpo (Giovanni 11) e della peccatrice, spenta nell’anima (Luca 7, 36-50), entrambi riportati alla vita. Ogni comunicazione di potenza ha senso per Gesù, se tocca l’uomo e lo realizza nella globalità dei suoi bisogni, e più ancora se riporta al regno di Dio come a vera radice.
Ma i miracoli, come le parabole, sono un genere di comunicazione che esige certe condizioni. Il chiarissimo parlare di Gesù non è tale da non chiamare a responsabilità chi ascolta.
Proviamo a vedere il miracolo del cieco di Gerico (Marco 10, 46-52). Si noterà una dinamica interessante. Si dà una bipolarità di protagonista: da un lato Bartimeo che grida (comunica a suo modo) la sua indigenza: "Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me"; dall’altro lato il benefattore, taumaturgo, Gesù: "Che vuoi che io ti faccia?". Comunicazione-domanda paradossale. È lì che grida e rompe la pace. Per Gesù il livello di sintonizzazione non è adeguato. "Rabbunì, che io riabbia la vista": qui ormai è la piena ammissione di aver bisogno di Gesù; più in profondità, è la confessione che si fida di lui. Vuole il miracolo, così come lo pensa Gesù. Certamente Gesù vuole che Bartimeo abbia la vista (dire i bisogni a Dio è onorare Dio, come buono e capace di risolvere i bisogni), ma vuole anche – lo dice tutto il contesto – che Bartimeo abbia fede in lui, passi dai miracoli di Gesù al Gesù dei miracoli. Così è: "Gesù gli disse: Va’ la tua fede ti ha salvato. E subito riacquistò la vista e prese a seguirlo per la strada" (Marco 10, 52). Quella diretta a Gerusalemme, al mistero pasquale.
Pur qui appare un tratto essenziale della comunicazione di Gesù, tanto importante quanto sono i miracoli rispetto alle semplici, pur valide, parole: essi rivelano la volontà di Dio di aver cura dell’uomo povero (nel corpo e nell’anima), hanno una finalità squisitamente religiosa di amore che salva, e per questo si distinguono da ogni altra forma di ‘miracolo’ o prodigio di cui si parla; ma insieme richiedono una altrettanto totale disponibilità a tale dono di amore, a riconoscere che Dio – in Gesù – non ha volontà di ordinaria amministrazione, ma è sempre in stato di miracolo, anche sotto l’ordinaria amministrazione, anzi nel momento più cupo dell’antimiracolo, quello della croce.
Il miracolo è divina comunicazione: Dio è veramente capace di volere il bene e lo vuole di fatto secondo le scadenze sue, di Dio, così come si manifestano nella vita di Gesù: anni oscuri, anni di successo, tempo di sconfitta, tempo di definitiva risurrezione. Forse nulla di più della comunicazione del miracolo indica la comunicazione di Gesù nel suo senso intimo e profondo. Miracolo beninteso che rimanda, come a suo vertice, al mistero pasquale, quando la risurrezione gloriosa fa il miracolo supremo di far morire la morte e il male; e tutto questo in ragione di quell’amore infinito che sta nella croce, in quell’offrirsi gratuito e totale a chi fa il mostruoso miracolo di inchiodarlo sulla croce (in quanto a suo modo espressione che rompe ogni legge umana: frutto di un tradimento di un amico e atto di forza dei capi di questo mondo, capi politici e religiosi, cosa che stupisce fino all’orrore). La croce, così appesa tra i due miracoli di segno opposto: dono che fa Cristo di sé per amore e tradimento dell’uomo, sarà per questo la più grande, inesauribile comunicazione di Cristo. La sua ostensione in alto "attira a sé tutti gli sguardi" (Giovanni 12, 32).

1.3. Le controversie.
Accenniamo a una terza forma tipica della comunicazione di Gesù, quella che traspare attraverso le controversie o le dispute o i conflitti. Da sempre infatti la dialettica ha la possibilità di far parlare, dona vigore alla voce, crea un clima di comunicazione che può essere pericoloso, e quindi domanda coraggio e libertà.
Gesù ebbe molti conflitti con la categoria degli avversari, che sono sostanzialmente i capi religiosi, modelli di condotta per il popolo (scribi e farisei). Sono radunati in due cicli: in Galilea (ad es. Marco 2, 1-3, 6) e a Gerusalemme (ad es. Marco 11-12). Ricordiamo il caso delle spighe strappate di sabato (Marco 2, 23-28) o della guarigione dell’uomo dalla mano paralizzata in giorno di sabato (Marco 3, 1-6).
Si noterà che il contenuto della comunicazione è ben nitido in tre direzioni: le osservanze esteriori, rituali, Gesù le intende secondarie e da sottoporre al volere di Dio e concretamente al bene dell’uomo ("il sabato è stato fatto per l’uomo"); Gesù vuole liberare da ogni impedimento una religione pura e senza macchia, smascherando un costume religioso e umano fatto di schematismi, di rigidità mentale, se non di ipocrisia, affermando che lui, il "Figlio dell’Uomo è padrone del sabato" (Marco 2, 28); in terzo luogo Gesù comunica per sempre che l’uomo è misura del dono e vale di più del "bue o asino caduto nel pozzo". Chi aiuta un uomo, dà una mano a Dio che vuol aiutare l’uomo attraverso l’impegno dell’uomo. Intreccio profondo di divino e umano, di Dio per l’uomo, visto alla luce di Dio. Gesù dice la verità senza avere soggezione di nessuno (glielo riconoscono gli stessi nemici, Matteo 22, 16) con una parresia, sobria nelle parole ma gigantesca nel coraggio, tanto da stupire perfino Pilato. Da quando Gesù è venuto tra di noi, dire comunicazione – per i suoi discepoli – non può che voler dire comunicazione della verità, quella che ultimamente ha la sua fonte in Dio e che possiamo recepire con la nostra leale apertura. Non dire falsa testimonianza riporta la comunicazione nell’area stessa del Decalogo, la legge dell’alleanza. Altro cenno: "Il vostro parlare sia sì, quando è sì, no quando è no. Il di più viene dal maligno" (Matteo 5, 36-37). Per Gesù o passa la verità o non si dà vera comunicazione.
È certamente un merito imperituro di Gesù l’aver proposto la comunicazione come servizio della verità e non come arte della persuasione (la retorica del mondo greco e dei moderni imbonitori).
Il che produce degli effetti o feedback: una comunicazione-risposta che può essere di conversione (Allora il Signore voltatosi, guardò Pietro... E Pietro uscito, pianse amaramente, Luca 22, 61-62), o una comunicazione-risposta che si fa opposizione, produce degli avversari (tennero consiglio per farlo morire, Marco 3, 6): una comunicazione alternativa, violenta o suadente, accompagnerà quella del Vangelo. Gesù invita espressamente a stare in guardia da una comunicazione clamorosa, ingannatrice: Sorgeranno falsi cristi e falsi profeti e faranno grandi portenti e miracoli, così da indurre in errore, se possibile, anche gli eletti. Ecco, io ve l’ho predetto (Matteo 24, 24).
Il farsi della comunicazione di Gesù è irto di ostacoli, è tutto salvo che facile: essa è vera perché è difficile, ostacolata, secondo l’antico principio dei profeti, per cui chi dice al popolo "cose buone" (ciò che fa piacere), lo inganna.
Il che annuncia la verità che la comunicazione evangelica è crocifissa come il suo Comunicatore.

2. Qualità rilevanti

Ora è tempo di cominciare a raccogliere certe qualità rilevanti della comunicazione di Gesù. Le raduniamo in alcune categorie unificanti.

a) La prima di tali qualità è la personalizzazione del rapporto, o il far leva su una pedagogia relazionale. Non vuol dire un processo di attenzione a pochi individui eletti. Gesù ancora una volta non è un Guru, o un maestro di esoterismo, di raffinate, segrete verità. Parla di vita: questo è il denominatore di base della gente comune per cui e intorno a cui Gesù comunica con le masse (cfr. Matteo 4, 22-25; 5, Isaia; Marco 6, 33-34). Per Gesù non è il numero che conta come per i dittatori, anzi, non è tanto o solo importante ciò che dice o fa; prima del contenuto (del resto essenziale: la fede nell’amore di Dio e la buona relazione con il prossimo) ci sono le persone, un ‘tu’ cui rivolgersi. Per Gesù il processo di comunicazione è sempre sostenuto da un più profondo processo di misteriosa comunione, di amicizia: certamente da parte sua verso le persone, nell’attesa che avvenga nella direzione persona-Gesù.

b) Una seconda qualità categoriale della comunicazione di Gesù è quella della significatività. Anche Gesù poté dire "buon giorno e buona sera... che tempo fa", però i Vangeli fanno di tutto per non dircelo, per proporci un Gesù comunicatore di cose decisive, escatologiche, proprie dell’ultima ora della storia e di vitale rilevanza per una persona. La sua è comunicazione di qualcosa-qualcuno che vale per la vita e recepito come tale. La comunicazione per parabole e tramite i miracoli abbiamo visto quanto sia drammaticamente impegnativa.
Il suo messaggio porta a conoscenza di avvenimenti costitutivi per la vicenda del mondo e dell’uomo: il regno di Dio, la paternità di Dio e la nostra fraternità, il senso della storia e del futuro oltre la morte. È comunicazione di grandi pensieri nel perimetro piccolo del quotidiano. Il sublime nel semplice: ecco una eredità di Gesù.
A rendere significativa la comunicazione, si propone una metodologia assai interessante e molto studiata nelle ricerche sulla ‘pedagogia di Gesù’. Non va dimenticato che la significatività della verità passa in ogni comunicazione dall’atteggiamento del comunicatore. Per Cristo è la cordialità. Incoraggiare, invitare a non temere, perdonare (si pensi all’adultera, al ladrone, al piccolo gregge). Il suo è sempre passare dal meno al più, mai al contrario. Il contrario, ossia la regressione, lo fa il peccatore (il figlio prodigo). Il Padre, Dio, riabilita sempre. E la parola di minaccia è sempre un monito vigoroso a non procedere con la testa nel sacco.

c) Una terza qualità comunicativa di Gesù è esprimibile con il termine di globalità, che comprende parole e segni, l’annuncio e l’azione, anche miracolosa, il senso dei segni (la parola) e il segno del senso (il miracolo). Qui si apre l’interessante capitolo dei verbi espressivi del Cristo: dire, fare, camminare, mostrare, ascoltare, vedere, andare, venire, uscire, entrare, piangere, esultare, gridare, lamentarsi, affidarsi. Per Gesù la comunicazione, per la sua intrinseca importanza, tende a non escludere nessun linguaggio, secondo la grande tradizione profetica, semmai intende toccare tutte le potenze recettive della persona.

d) E con questo perveniamo alla quarta qualità di comunicazione di Gesù: il coinvolgimento. Significa fondamentalmente almeno due cose: comunicare per Gesù è un chiamare, un appello a entrare nel disegno di Dio, nel Regno. La sua comunicazione è libera e liberamente va accolta; ma è anche oggettivamente necessaria, per cui rifiutarla significa non andare avanti, ma aver perso un appuntamento forse decisivo, come il giovane ricco, che andandosene rese triste Cristo e precaria la sua salvezza (Marco 10, 17-27).
Chi risponde positivamente non ha che una comunicazione da vivere: seguire Cristo, stare con lui, discepolo permanente con Maestro insostituibile, amico con Amico, come il pulcino con la chioccia (Matteo 23, 27), la pecora con il pastore.
Il che mette in luce un secondo livello di coinvolgimento: la comunicazione tende a realizzarsi in comunione: Chi ascolta voi, ascolta me (Luca 10, 16).
La Cena è la memoria di una comunicazione che si fa, effettiva comunicazione, anzi comunione con il Ricordato.

3. Conclusione: Gesù non è un modello da copiare, ma da ricreare

Più che imitazione che ricopia pedissequamente, deve essere sequela obbediente che fa nel proprio tempo quello che lui fece allora. Gesù dà direzioni di marcia, scelte di campo, non ricette infantili.
Così non sarebbe buona comunicazione servirsi soltanto del suo immaginario, ma lo si dovrà arricchire con il nostro, tipico della civiltà industriale e post. Non basterà, per essere fedeli a Gesù, pensare a una semplicità dell’esistere e del vivere, che ignori la complessità oggi in atto. Non deriva da Gesù una immediatezza di annuncio che non tenga conto della condizione esistenziale dell’interlocutore. Semmai si attenderà a quelle che abbiamo indicato come costanti della comunicazione di Gesù:

– un esplicito, vigoroso contenuto religioso, evangelico (nuova evangelizzazione), con ciò che comporta in termini di atteggiamento di fede sia in chi comunica sia in chi è comunicato;

– una viva attenzione pedagogica, capace di utilizzare anche le risorse delle scienze dell’educazione (che ci dicono come si comunica con adulti, con bambini, con in media). Ciò fa parte di quell’umanità della comunicazione che diventa sacramento nelle mani di Dio;

– il comunicatore cristiano alla scuola di Gesù le inventa tutte perché il Vangelo passi: è la straordinaria, efficace lezione dello stile ingegnoso e infaticabile di Gesù. Come lui assunse la totalità dei linguaggi, così tocca a noi realizzare tale totalità. Si pensi al riguardo, quale fronte enorme siano i media. Sempre ricorderemo l’intreccio di parola e azione, di dire e di dare, di annunciare e fare, di magistero e di testimonianza: anche il mondo attuale vuole dei testimoni, delle persone la cui esistenza sia comunicazione. Il rischio della pura parola Gesù l’ha messo bene in luce: l’ipocrisia e la sfiducia in Dio sono in agguato in tanto comunicare (cfr. Matteo 6, 7s, 21-23);

– in particolare la comunicazione credente alla scuola di Gesù è comunicazione che vive di relazionalità interpersonale carica di cordialità, di accoglienza, di incoraggiamento; non è compiuta se non quando produce comunione, riconciliazione, fraternità e perciò si avvale della forza della carità-agape di Cristo. È comunicazione ecclesiale, di ecclesialità e nell’ecclesialità;

– la nostra comunicazione, per essere cristiana, non potrà non avere il segno dei chiodi, della croce, questo filtro necessario della buona comunicazione: è comunicazione umile perché dona Qualcuno di cui non disponiamo, ma che si offre; è comunicazione che conoscerà opposizione, rifiuto, comunicazioni alternative, silenzi sdegnosi, ribellione;

– "Ma non abbiate paura: quello che vi dico nelle tenebre ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio predicatelo sui tetti" (Matteo 10, 27) . La comunicazione credente domanda il coraggio, la parresia, senza di cui si fa chiacchiera da salotto, "saluto soltanto per coloro che già ci salutano" (Matteo 5, 47); coraggio che ha concreto riscontro nella comunicazione fatta ai poveri, ai lontani, ai peccatori, agli ultimi, a quelli che non contraccambiano (Luca 14, 12-13).

Bibliografia

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Note

Come citare questa voce
Bissoli Cesare , Cristo comunicatore, in Franco LEVER - Pier Cesare RIVOLTELLA - Adriano ZANACCHI (edd.), La comunicazione. Dizionario di scienze e tecniche, www.lacomunicazione.it (24/08/2019).
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