Scoop

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Notizia clamorosa, pubblicata in esclusiva da un solo giornale (o giornale radio o telegiornale), prima che la raccontino tutti gli altri. È il cosiddetto ‘colpo giornalistico’, la rivelazione, il particolare inedito, l’intervista al personaggio o al testimone inaccessibile, l’inchiesta che conduce a risultati sensazionali. L’esempio più classico di s. è la rivelazione, a opera di due giornalisti americani, del famoso scandalo Watergate (1972) che portò alle dimissioni del presidente degli Stati Uniti Nixon (1974).
Il compimento di uno s. impone al giornalista una grande serietà nella ricerca, nella lettura e nella verifica delle fonti. Purtroppo, però, i ristretti tempi di produzione dell’informazione giornalistica e la necessità di bruciare sul tempo la concorrenza impediscono spesso una oculata verifica dello s. Il giornalista può così commettere errori grossolani, sviste o sopravvalutazioni di notizie poco significative. Tali errori possono essere dovuti anche a smania di sensazionalismo, oltre che a leggerezza e superficialità.
La ricerca dello s. a tutti i costi può inoltre sollevare problemi etici anche sul modo con cui il giornalista si è appropriato della notizia esclusiva o sugli effetti che potrà sortire la sua pubblicazione (Deontologia della comunicazione). Tali problemi si sono acuiti con l’avvento della televisione. La logica della notizia che diviene immagine, la rapidità e pervasività del mezzo, la commercializzazione del prodotto-notizia, la creazione di eventi per la rappresentazione televisiva, hanno esasperato la corsa all’esclusiva, al sensazionalismo, alla superficialità nella verifica delle fonti, alla sciatteria di forma e di linguaggio che fanno dello ‘scoopismo’ una vera e propria patologia della professione giornalistica.
La realizzazione di uno s. può inoltre esporre il giornalista a gravi conseguenze di natura penale. Si pensi alla divulgazione di fatti coperti dal segreto istruttorio (ad esempio la pubblicazione degli atti di un’inchiesta nella sua fase preliminare), alla commissione del reato di diffamazione (la divulgazione a mezzo stampa di opinioni o fatti lesivi della altrui onorabilità), fino all’inopportuno utilizzo di terminologie gergali e tecniche (ad esempio l’uso della parola ‘pregiudicato’ per indicare un tale che sia stato però assolto nei precedenti giudizi).
Talvolta la smania di s. finisce per rappresentare una realtà assolutamente falsa. È il caso della cosiddetta "strage di Timisoara". È il 1989, l’anno della caduta del muro di Berlino e dei moti di liberazione nei Paesi dell’Est europeo. Ultima a cadere è la dittatura del rumeno Ceaucescu. In quei giorni tutto il mondo parlò del grande massacro ordinato dalle truppe del dittatore rumeno. Eppure quella strage non ci fu, non è mai esistita. Cosa accadde allora? Claudio Fracassi, nel suo libro Sotto la notizia niente, racconta che tutto nasce il 17 dicembre 1989 quando l’agenzia ungherese Mti riferisce la testimonianza di un anonimo ‘viaggiatore cecoslovacco’ che racconta di aver udito alcuni colpi di arma da fuoco a Timisoara. La notizia viene ripresa dalla Tv ungherese che parla anche di una grande manifestazione di protesta svoltasi a Timisoara per solidarietà con il pastore protestante Toekes perseguitato dal regime di Ceaucescu. Il 17 dicembre è domenica. Le redazioni sono a ranghi ridotti. Furoreggia soprattutto l’informazione sportiva. Il lunedì soltanto i quotidiani Le Monde e il Corriere della Sera riferiscono di cariche della polizia e di arresti a Timisoara. Martedì 19 compaiono i primi titoli sul ‘sangue a Timisoara’. Un quotidiano italiano parla di ‘uno scrittore rumeno, emigrato in Jugoslavia’, il quale avrebbe riferito di 300-400 morti nella città rumena. In queste ore gioca un ruolo fondamentale lo stato di isolamento in cui versa la Romania. Le notizie arrivano soltanto da agenzie dell’Est appena divenute libere e rimbalzano nelle agenzie occidentali senza verifica. Il dramma di Timisoara è comunque una notizia che finisce per essere di corollario rispetto a quella della caduta di Ceaucescu. Il 20 dicembre l’agenzia jugoslava Tanjug e l’Adn della ex Germania comunista parlano di Timisoara ‘completamente distrutta’. I quotidiani del giorno dopo tirano fuori le cifre: 4632 morti, 1860 feriti, 13 mila arresti 7 mila condanne a morte. E i cadaveri? Naturalmente fatti sparire in enormi fosse comuni. In questi giorni arrivano anche le immagini dei morti. Alcuni cadaveri vengono mostrati ai telecineoperatori delle Tv e ai fotoreporter. Fa scalpore quello della mamma con la bambina sulla pancia. Il giorno dopo i racconti degli orrori continuano e si arricchiscono di altri particolari. Molto, però, viene dato per scontato. Nessuno si mostra interessato a verificare le notizie.
Nei giorni successivi al presunto massacro due giornalisti italiani di un settimanale di provincia si recano a Timisoara per ‘raccontare la strage’: si accorgono del clamoroso abbaglio e realizzano a loro volta un grande s. Il custode del cimitero racconta che era stata tutta una messa in scena. Le immagini dei morti erano quelle di cadaveri riesumati e mostrati a uso delle televisioni. Un giovane rivoluzionario, durante una conferenza stampa, conferma la messa in scena, comprese le fosse comuni. Eppure tutto il mondo aveva sentito il racconto dell’orrore e – soprattutto – ne aveva visto le ‘immagini’.
La smentita ufficiale avvenne il 24 gennaio del 1990. La Tv tedesca e France Presse denunciarono il falso s. Ma questa denuncia non ebbe alcun rilievo nei media mondiali. Fu trattata da alcuni come una bizzarria o una curiosità storica, un po’ come avviene quando si dice che Hitler è ancora vivo. Altre smentite arrivarono dai quotidiani francesi Liberation e Le Nouvel Observateur. Quindi arrivò la smentita ufficiale della burocrazia rumena: la strage di Timisoara non era mai avvenuta.
Cosa accadde quindi? Certo, in quel periodo le comunicazioni erano difficili, il momento storico delicato, la situazione politica incandescente. Molti in Romania avevano interesse a soffiare su una notizia che poteva ulteriormente mettere in cattiva luce il regime di Ceaucescu. Forse non ci fu malafede, ma la realtà non fu vista da nessuno perché inesistente, anche se fu raccontata e se ne diffusero le ‘immagini’. Furono i media a creare la notizia, a renderla possibile, poi verosimile e infine certa. E la notizia superò i fatti. Il falso s. iniziale venne poi superato dallo s. di chi lo smascherò. Questo in valori oggettivi, ma non nell’immaginario collettivo, in cui rimasero impressi gli effetti della prima versione: sono irreversibili i guasti di uno s. fantasma.

Bibliografia

  • BALLARÉ M., Scoop! Il Novecento in prima pagina, Interlinea, Novara 2001.
  • FRACASSI Claudio, Le notizie hanno le gambe corte, Rizzoli, Milano 1996.
  • FRACASSI Claudio, Sotto la notizia niente. Saggio sull’informazione planetaria, Editori Riuniti, Roma 2007.
  • QUARANTA G., Scoop, querele e qualche schiaffo, Baldini & Castoldi, Milano 2001.
  • ROSSANO A., Scoop! Ovvero come fare il giornalista e vivere egualmente felici, Dedalo, Bari 1991.

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Come citare questa voce
Preziosi Antonio , Scoop, in Franco LEVER - Pier Cesare RIVOLTELLA - Adriano ZANACCHI (edd.), La comunicazione. Dizionario di scienze e tecniche, www.lacomunicazione.it (11/04/2021).
CC-BY-NC-SA Il testo è disponibile secondo la licenza CC-BY-NC-SA
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