Lungometraggio

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Un’imagine dal film Cabiria di Giovanni Pastrone (1914), uno dei primi lungometraggi della storia del cinema
Definizione per indicare un film di durata standard, in genere, intorno ai 90 minuti di proiezione. Storicamente, il l. nasce soprattutto da una esigenza narrativa, non disgiunta tuttavia – come sempre è accaduto nella storia del cinema – da un’ottica continuamente attenta all’evolversi potenziale del mercato: disporre, in primo luogo, di più tempo per meglio articolare la storia rappresentata e, quindi, avere una più ampia possibilità di meravigliare, in modo da provocare un sempre maggiore coinvolgimento emotivo da parte del pubblico.
Se si pensa, ad esempio, che la prima versione cinematografica di I promessi sposi – quella del 1911, per la regia di Giuseppe De Liguoro – durava appena 11 minuti, si fa fatica a comprendere come un’opera letteraria così complessa, quale è il romanzo di Alessandro Manzoni, potesse essere tradotta sullo schermo, condensando il suo intreccio narrativo in un tempo così ridotto.
Il primo l. della storia del cinema che si ricordi è un film ambientato in Australia, La storia della banda Kelly, del 1906.
Come si vede, il passaggio verso la realizzazione di opere di durata sempre maggiore rispetto ai primi, brevi, filmati che hanno caratterizzato il cinema delle origini, è abbastanza rapido: basti pensare che uno dei primi kolossal è stato Cabiria (1914) di Giovanni Pastrone, un film di ben tre ore e mezzo di proiezione, oppure che nel 1915 David W. Griffith realizza Birth of a nation anch’esso di tre ore, per capire come tale scelta fosse, in qualche modo, connaturata sia con il rapidissimo sviluppo tecnico e narrativo della cosiddetta settima arte, sia con l’esigenza di conquistare spazi sul mercato con prodotti sempre diversi e appetibili.
Nel corso della storia del cinema si sono alternati periodi in cui il grande impianto spettacolare era, quasi naturalmente, legato anche alla consistente durata della proiezione, a periodi, in cui, al contrario, si è privilegiata una durata più breve. Anche gli stessi autori possono essere identificati seguendo un criterio interpretativo connesso con la durata dei loro film. Così, ad esempio, Woody Allen è un regista caratterizzato dalla confezione di film che non hanno una lunghezza molto estesa; Cecil B. De Mille, invece, si è imposto come un autore portato per la dimensione del kolossal. La lunghezza dei film, inoltre, può essere legata all’itinerario artistico di un determinato autore, che si è evoluto nel corso del tempo. Si veda, ad esempio, Ingmar Bergman, il quale si è distinto per la realizzazione di film piuttosto brevi – Prigione (1949) dura 79’ e Il rito (1967) addirittura 72’ – per arrivare, alla conclusione della sua carriera, a girare un film come Fanny e Alexander (1981) che invece è lungo ben 132’.
Recentemente, forse anche grazie ai modelli narrativi imposti dalla televisione e, non da ultimo, in conseguenza della crisi del mercato cinematografico, si è verificato un rilevante ritorno alla confezione di opere dalla durata molto contenuta, soprattutto quelle d’esordio di molti giovani registi. Tale tendenza è stata, inoltre, significativamente accompagnata da un vero e proprio boom del cortometraggio d’autore.

C. Tagliabue

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Come citare questa voce
Tagliabue Carlo , Lungometraggio, in Franco LEVER - Pier Cesare RIVOLTELLA - Adriano ZANACCHI (edd.), La comunicazione. Dizionario di scienze e tecniche, www.lacomunicazione.it (13/08/2020).
CC-BY-NC-SA Il testo è disponibile secondo la licenza CC-BY-NC-SA
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