Technicolor

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Una scena del Mago di Oz, film musicale del 1939 diretto da Victor Fleming, interpretato da Judy Garland e girato in technicolor
Primo sistema tecnico che ha consentito di proiettare sullo schermo – con risultati ottimali e costi relativamente contenuti – una pellicola a colori. La ricerca, nel tentativo di raggiungere tale obiettivo, nasce, si può dire, con il cinema stesso: dai fotogrammi colorati a mano dei primi filmati di Méliès o di Porter, ai molti esperimenti che, durante gli anni Dieci, vengono fatti, anche ottenendo qualche buon risultato, ma con costi di installazione e di diffusione molto alti e, quindi, antieconomici. Di fatto, questi primi esperimenti di cinema a colori vengono realizzati, soprattutto, con dei macchinari molto complicati dal punto di vista tecnico e ingombranti, limitati nelle loro possibilità di ripresa, che richiedono, di conseguenza, un sistema di proiezione altrettanto complesso e impossibile da diffondere in larga scala. Inoltre, la stessa proiezione di tali filmati avrebbe imposto l’adozione di macchine particolari e la riconversione dei proiettori di tutte le sale del mondo.
La soluzione a questo problema arriva quando è collaudato e messo a punto il t.
Brevettato dall’americano Jerbert T. Kalmus, che aveva lavorato a lungo a questo progetto, coadiuvato da sua moglie Nathalie e dai due ricercatori Daniel Frost Comstock e William B. Westcott, il sistema t. viene perfezionato definitivamente nel 1932.
Dopo una ricerca e una sperimentazione durate più di un decennio presso il MIT (Massachusetts Institute of Technology), da cui prende il nome tale brevetto, il sistema di ripresa in t. sostanzialmente si effettua con un unico obiettivo, al quale sono stati messi i tre filtri dei colori fondamentali. La stessa immagine viene girata contemporaneamente su tre negativi in bianco e nero selezionati cromaticamente. Si hanno così, con la stampa, tre positivi separati e distinti che costituiscono le matrici, da cui ricavare il positivo finale: la prima registra l’immagine generata dalla luce filtrata con il verde, la seconda con il blu e la terza con il rosso.
Queste matrici, con procedimento chimico, vengono quindi liberate dalla gelatina e quello che resta è imbevuto con i colori complementari a quelli usati per filtrare la luce bianca nel corso della ripresa: blu-verde (cyan), rosso magenta e giallo. Le matrici colorate vengono quindi sovrapposte e stampate in un unico positivo a colori destinato poi alla proiezione.
Tra i primi film realizzati con il t., dopo l’esperimento a disegni animati La cucaracha (1934), ricordiamo Becky Sharp (1935) di Robert Mamoulian, Il sentiero del pino solitario (1936) di Henry Hathaway fino a Via col vento (1939) di Victor Fleming. Tale sistema di colorazione della pellicola ha ottenuto degli ottimi risultati, aggiungendo al cinema l’altro elemento ancora mancante – il sonoro era già stato introdotto qualche anno prima – al suo perfezionamento tecnico: il colore, appunto. Nonostante la complessità del procedimento, il t. domina il mercato fino all’inizio degli anni Cinquanta, quando vengono brevettate le pellicole con il negativo a colori, che rendono possibile sia la ripresa sia la stampa delle copie partendo da un’unica matrice contenente in sé tutte le selezioni cromatiche fondamentali.

C. Tagliabue

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Come citare questa voce
Tagliabue Carlo , Technicolor, in Franco LEVER - Pier Cesare RIVOLTELLA - Adriano ZANACCHI (edd.), La comunicazione. Dizionario di scienze e tecniche, www.lacomunicazione.it (09/12/2021).
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