Underground

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Andy Wahrol (Pittsburgh, 6 agosto 1928 – New York, 22 febbraio 1987), pittore, scultore, regista e produttore statunitense, figura di spicco del movimento pop art americano.
È un termine prestato dal gergo americano (letteralmente: sotterraneo), che ebbe anche in Italia tra gli anni Cinquanta e Sessanta una certa diffusione negli ambienti artistico-intellettuali. Con u. si intendeva l’atmosfera ‘sotterranea’, quasi di clandestinità, che si respirava in molti ambienti giovanili; il termine indicava non solo una o più tendenze culturali, ma soprattutto un vero e proprio modus vivendi: un modo di essere o di comunicare che voleva essere di proposito e quasi per natura ‘anti’ o ‘contro’. I bersagli principali erano il conformismo e la tradizione, praticamente in tutto ciò che riguardava l’agire umano; e tale posizione diventava apertamente contestataria e ribellistica nei confronti della politica e dell’estetica, considerate come unite da un comune destino di condizionamento mediologico. L’obiettivo dell’u. in tutte le sue multiformi pratiche era dunque quello di combattere ogni prodotto della comunicazione di massa, con il rifiuto dei mezzi tradizionali (giornali, radiofonia commerciale, televisioni pubbliche o private, cinema in sala) ai quali sostituirne di nuovi, poveri, inediti o poco usati (volantini, murales, radio libere, videotape, film a passo ridotto proiettati in circuiti speciali).
Nella temperie del Sessantotto l’u. conosce la sua massima diffusione, tanto da contraddire per certi versi i suoi originali assunti di chiusura, riparo dalla popolarità, alternativa al consumismo e alla commercializzazione dei propri prodotti culturali. Il diniego del prodotto in scala industriale è, in effetti, un altro portato del lavoro estetico in seno all’u., dal teatro al cinema, agli altri media tecnologici. Ma è con il cinema che si può meglio definire la presenza dell’u. nel contesto massmediale contemporaneo.
Storicamente, il cinema u. vede la luce nell’America degli anni Sessanta, a opera di alcuni cineasti già appartenenti al cosiddetto New American Cinema (coagulati intorno alla rivista Film Culture), i quali, attraverso tale tipo di produzione, tentano di scardinare le logiche grammaticali e contenutistiche sottese al cinema di consumo. Punto di forza ideologico di tale movimento è il sostenere la libertà assoluta del cineasta, che deve essere indipendente da tutte quelle costrizioni e da tutti quei compromessi a cui si è forzatamente obbligati nella produzione del cinema commerciale.
In questa prospettiva vengono realizzate, soprattutto nel corso degli anni Sessanta, contaminazioni con le altre arti – dal teatro off alla pop art, dall’happening alla performance, dal minimalismo alla musica concreta seriale – creando inedite esperienze, fino a proporre il concetto di multimedialità attraverso l’unione di tutti i mezzi espressivi (compresi quelli mediatici delle comunicazioni di massa). Il cinema u. produce così in quegli anni una nutrita serie di opere sperimentali, caratterizzate, da una parte, da un vivace senso di ribellione e di trasgressione verso la società e la cultura dominante; dall’altra, dalla ricerca di nuove forme espressive. Tra gli esponenti più significativi e noti di tale movimento, ricordiamo Paul Morrissey e Andy Warhol.
Con la diffusione del cinema elettronico oggi si designa ancora come u. quella vasta e incontrollabile produzione audiovisiva che continua a sperimentare e a ricercare nuovi linguaggi, anche se in essa sono del tutto assenti un collante ideologico e una progettualità artistica omogenea tali da farlo riconoscere come un movimento vero e proprio.

Bibliografia

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Come citare questa voce
Underground, in Franco LEVER - Pier Cesare RIVOLTELLA - Adriano ZANACCHI (edd.), La comunicazione. Dizionario di scienze e tecniche, www.lacomunicazione.it (30/05/2020).
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